QUANDO IL CAPITALE DIVORA IL WELFARE PER NUTRIRE L’INDUSTRIA BELLICA

di A. Scorrano
«Per non mettere a repentaglio la sostenibilità del debito queste spese aggiuntive nel tempo dovranno essere compensate nei bilanci nazionali aumentando le tasse o riducendo la spesa».
Queste parole, pronunciate da un funzionario UE, sullo sfondo di un piano di riarmo europeo da 800 miliardi, non sono un semplice calcolo contabile ma il riflesso di una logica perversa che da secoli governa l’economia globale: il capitale, come un “vampiro”, si nutre della vita sociale per perpetuare la propria esistenza.
Karl Marx, osservando le fabbriche ottocentesche, lo aveva già intuito. Il sistema capitalistico non crea valore, lo estrae, divorando il lavoro umano e le risorse collettive.
Oggi, quel vampiro ha cambiato volto, indossando altre vesti, firmando contratti con le multinazionali degli armamenti e nascondendosi dietro discorsi sulla “pace attraverso la forza”.
Il piano europeo di riarmo, finanziato (in parte) tagliando welfare e servizi pubblici è l’ultimo capitolo di questa storia.
Ursula von der Leyen lo presenta come una necessità strategica ma la realtà è più cinica. Questi 800 miliardi sono, di fatto, un trasferimento di ricchezza verso le corporation a scapito di milioni di cittadini europei. Lockheed Martin, Boeing, Rheinmetall – aziende che prosperano solo se il mondo ha paura – riceveranno fiumi di denaro pubblico, mentre ospedali e scuole affonderanno nella negligenza.
È un meccanismo che Marx riconoscerebbe all’istante e che, parafrasandolo, potremmo chiamarlo “sussunzione del sociale al capitale”: gli Stati, invece di proteggere i deboli, diventano un braccio armato del profitto privato.
David Harvey lo ha ribattezzato “accumulazione per espropriazione”, cioè le crisi si risolvono saccheggiando i beni comuni. In tale prospettiva, l’Europa (UE per essere precisi), in questa partita, non è una vittima ma un complice.
La delocalizzazione delle multinazionali americane verso il Vecchio Continente svela un paradosso geopolitico: l’industria bellica statunitense, tradizionalmente allineata con il Partito Democratico (si pensi ai legami tra Biden e i colossi della difesa), percepisce nell’isolazionismo di Trump una minaccia ai propri profitti. Il tycoon, storicamente critico verso le spese militari e poco sostenuto dalle lobby degli armamenti, ha più volte minacciato di tagliare i fondi alla NATO e ridurre gli acquisti governativi. Per compensare questo rischio, aziende come Lockheed Martin e Boeing accelerano gli investimenti in Europa, sfruttando la retorica securitaria dell’UE post-Ucraina. Bruxelles, in tutto ciò, non è un attore neutrale ma, in una sorta di trasposizone di ruoli, diventa il sostituto di Washington nel garantire fiumi di denaro pubblico a chi produce armi.
Dunque, abbiamo nell’UE governi pronti a svendere il welfare pur di comprare “sicurezza”. Ma quale sicurezza?
Quella che vende Lockheed Martin non difende i cittadini, protegge gli azionisti. Ogni missile prodotto, ogni drone venduto è un atto di violenza strutturale, come la definiva il sociologo Johan Galtung. I costi ricadono sui poveri – attraverso tasse ingiuste e socialmente ingiustificabili, nonché servizi tagliati – mentre i profitti, ça va sans dire, volano nelle tasche di pochi.
La retorica della “pace attraverso la forza” è la maschera ideologica di questo processo.
Marx insegnava che il capitalismo ha bisogno di mistificare la realtà per sopravvivere. E così, la guerra diventa “prevenzione”, i tagli al welfare “sostenibilità” e le multinazionali “partner strategici”. Intanto, l’industria bellica – come un parassita – richiede una dose sempre maggiore di conflitti per alimentarsi.
I dati del SIPRI rivelano che il 70% degli appalti militari Ue è controllato da dieci colossi globali. Sono loro i veri vincitori della “sicurezza europea”, non i cittadini che pagano il conto, soprattutto in termini sociali.
Le conseguenze sono e saranno devastanti. Privati di servizi essenziali, i lavoratori diventano vittime del proprio sfruttamento, in un circolo di alienazione fiscale e politica.
Loïc Wacquant ha descritto come il neoliberismo usi la povertà come strumento di controllo. Qui, però, la miseria non è solo un effetto collaterale ma è il prezzo accettato per mantenere in vita un’industria che prospera sulla paura.
C’è un’alternativa? Marx, nella “Critica del Programma di Gotha”, sognava un mondo in cui la ricchezza fosse condivisa, non vampirizzata.
Oggi, un numero crescente di economisti, cd. “fuori dal coro”, avanza proposte concrete per reindirizzare i fondi pubblici verso settori ad alto impatto sociale. Si tratta di investimenti in grado di generare occupazione qualificata, ridurre le disparità strutturali e restituire dignità e prospettive concrete alle comunità: settori che includono non solo sanità e istruzione ma anche edilizia popolare e ricerca pubblica. Modelli alternativi, insomma, che dimostrano come la giustizia sociale possa coincidere con l’efficienza economica, anziché alimentare l’industria bellica.
Ma per farlo, serve una rottura radicale con la logica del capitale.
L’avvertimento del funzionario Ue è un’ammissione involontaria: il sistema sta divorando il futuro. L’Europa, invece di essere un faro di diritti, rischia di trasformarsi in un cimitero di speranze, sorvegliato da droni e governato, tra l’altro, da assurde regole economiche.
La luce che può uccidere il vampiro, però, esiste ancora. Si chiama consapevolezza. E forse, sta a noi accenderla.
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Appendice
Le industrie belliche americane in Europa: strategie, contratti e dipendenze
Il conflitto russo-ucraino ha trasformato l’Europa in un mercato privilegiato per le grandi corporation della difesa statunitensi, che oggi consolidano la loro presenza attraverso contratti miliardari, partnership strategiche e una fitta rete di lobbying.
Tra queste Lockheed Martin emerge come protagonista assoluta: il suo caccia stealth F-35, venduto a Germania, Paesi Bassi, Belgio e Polonia, non è solo un aereo da guerra, ma un sistema integrato che lega i Paesi acquirenti a una dipendenza tecnologica. La Germania, ad esempio, ha speso 10 miliardi di euro per 35 esemplari nel 2023, mentre in Italia la collaborazione con Leonardo garantisce a Lockheed l’accesso a competenze critiche nell’elettronica militare.
Boeing, dal canto suo, punta su due asset: i droni e gli aerei cisterna. La Francia ha acquistato il KC-46 Pegasus per il rifornimento in volo, mentre Regno Unito e Paesi Bassi hanno rinnovato le flotte di elicotteri d’attacco AH-64 Apache. Non mancano le joint venture, come quella con la svedese Saab per sviluppare il caccia T-7 Red Hawk, un progetto che mescola tecnologia USA e design europeo.
Se si parla di difesa aerea Raytheon Technologies domina la scena con i suoi sistemi Patriot, venduti alla Germania per 3,5 miliardi e alla Polonia, mentre la collaborazione con il consorzio Eurosam (Francia-Italia) sul sistema SAMP/T mostra come le aziende USA penetrino anche nei progetti europei. Raytheon, inoltre, fornisce droni Coyote all’Ucraina attraverso fondi UE, trasformando la crisi in un’opportunità commerciale.
General Dynamics, specializzata in carri armati e sottomarini, ha siglato con la Polonia un contratto da 5,8 miliardi per 250 carri Abrams, mentre nel Regno Unito partecipa al programma AUKUS per i sottomarini nucleari, condividendo tecnologie sensibili.
Northrop Grumman, infine, espande la sua influenza con droni di sorveglianza come il MQ-4C Triton, acquistato dalla Germania e accordi con Airbus per satelliti militari.
Dietro questi numeri si nasconde una strategia precisa: non si tratta solo di vendere armi ma di creare dipendenze a lungo termine. I contratti includono spesso servizi di manutenzione, aggiornamenti software e formazione, vincolando i Paesi europei a logiche di aggiornamento perpetuo controllate dalle aziende USA. Lockheed Martin, per esempio, gestirà una base in Brandeburgo per la manutenzione degli F-35 tedeschi, un’operazione che crea posti di lavoro ma trasferisce know-how strategico oltreoceano.
Il lobbying a Bruxelles completa il quadro: secondo Transparency International UE, le cinque maggiori aziende belliche USA spendono oltre 12 milioni l’anno per influenzare le politiche di difesa europee. Questo spiega perché, nonostante i ripetuti appelli alla “sovranità industriale”, l’UE finanzia progetti come l’F-35 invece di potenziare alternative locali come l’Eurofighter.
L’industria europea – da Airbus a Leonardo – accusa gli Stati Uniti di distorsione della concorrenza, grazie a sussidi governativi illegali secondo le regole WTO. Intanto, i profitti di Raytheon e Lockheed sono schizzati del 30% dal 2022, alimentati dalla corsa agli armamenti post-Ucraina.
In questo scenario, l’Europa non rischia più, si trasforma in un mercato coloniale. Compra armi made in USA, svuota il welfare per pagarle e consegna alle multinazionali d’oltreoceano le chiavi del suo futuro militare.
Ah, com’era quella storia? “70 anni di pace e democrazia, teniamoci stretta l’Ue”.
Una pace, però, che oggi si costruisce con i droni di una multinazionale americana e si difende tagliando i fondi agli ospedali.
Una beffa storica! Il progetto, come la narrazione retorica suggerisce, nato per emanciparsi dalle guerre del passato, ora le finanzia, svuotando i diritti sociali in nome della “sicurezza”, continuando a generare “mostri” e “spauracchi” per alimentare, invece, proprio insicurezza attraverso l’incubo della paura imminente.