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Abbiamo chiesto al prof. Guglielmo Forges Davanzati* di rispondere ad alcune nostre domande riguardo due temi contingenti e di estrema attualità. Inoltre, considerando la natura della nostra associazione e l’opportunità di avere come interlocutore un’economista post-keynesiano, non potevamo non cogliere l’occasione per chiedere anche il suo parere (critico) su due teorie a noi vicine.
L’intervista si articola in due parti: la prima riguarda il a) Next Generation Europe, che in Italia è attuato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, e b) le cause dell’aumento dell’inflazione; nella seconda toccheremo aspetti riguardanti la teoria della moneta moderna (MMT) e la teoria del circuito monetario (TCM).
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CSEPI - In cosa consiste il piano denominato Next Generation Europe (NGE), si può considerare una misura espansiva? A livello nazionale la sua attuazione passa attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che in molti considerano uno strumento inefficace. Qual è la sua opinione in merito?


GFD - Il Next Generation Europe (NGE) è un piano finalizzato a far uscire i Paesi dell’Unione Europea dal rallentamento della crescita causata dalla crisi sanitaria del 2020 ed è il primo esperimento di mutualizzazione del debito nell’Unione (il c.d. Hamilton moment). Esso si realizza in un piano di investimenti da attuare fino al 2026, sottoposto a numerose “condizionalità”. La crescita economica, in questa visione, è essenzialmente pensata dal lato dell’offerta ed è ritenuta trainata essenzialmente dalla liberalizzazione dei mercati[1]. Il NGE si propone anche di ridurre i divari regionali all’interno dell’Unione. Nel caso italiano, la sua articolazione è data dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). L’Italia è, fra i Paesi europei, quello che ha beneficiato del massimo stanziamento. I trasferimenti europei sono subordinati a “condizionalità”, ovvero a quelle che vengono definite le CSR (country specific recommendations).
L’approvazione, in sede europea, del NGE (si tratta di un ammontare cospicuo di risorse: 750 miliardi, dei quali 360 miliardi di aiuti complessivamente stanziati e 390 miliardi di prestiti, allocati fra i Paesi UE nel periodo compreso fra il 2021 e il 2026[2]) mostra inequivocabilmente come sia sbagliata la lettura - diffusa a sinistra - che vuole l’UE vocata a una sorta di austerità permanente. Questa conclusione resta valida anche se si considera il NGE un esperimento temporaneo, in vista del possibile ripristino del Patto di Stabilità e Crescita[3]: l’ammontare complessivo di fondi destinati all’Italia, suddiviso in rate, è di 191.5 miliardi, dei quali 122.5 sono prestiti e ben 69 miliardi sono “aiuti”. È dunque una misura di politica fiscale espansiva.

Le politiche di austerità sono state un errore e l’Italia le ha sperimentate nelle dosi maggiori rispetto a molti altri Paesi della zona euro, in considerazione della presunzione (falsa) che, avendo il nostro Paese un rapporto debito pubblico/Pil più alto della media UE, sarebbe servita una cura più drastica, in termini di contrazione della spesa pubblica.

I principali vulnus del PNRR sono due (cfr. Forges Davanzati, 2022):

1) Il Piano si limita a fotografare l’esistente e non costituisce in alcun modo (giacché questo è al di fuori degli orizzonti della politica economica europea) una misura di politica industriale finalizzata a irrobustire il nostro tessuto produttivo; politica della quale l’economia italiana avrebbe, per contro, estremo bisogno (Forges Davanzati-Giangrande, 2019). Lo stesso assioma sul quale è fondato - la concorrenza stimola la crescita - è peraltro discutibile. Non è, o almeno non è necessariamente, dall’aumento dell’intensità competitiva nel mercato dei beni che c’è da aspettarsi guadagni di produttività. La diagnosi del declino economico italiano, contenuta nel documento governativo introduttivo al Piano, è condivisibile (la lunga crisi economica italiana dipende da un forte rallentamento del tasso di crescita della produttività del lavoro), ma la cura rischia di essere radicalmente sbagliata o del tutto inefficace, nella migliore delle ipotesi. Il problema in discussione è così sintetizzabile: se non si incide sulla specializzazione produttiva italiana, l’incentivo alla concorrenza (dunque, in settori privi di nuove tecnologie e di nuovi metodi di produzione) non ha alcun effetto sulle innovazioni e, per conseguenza, nessun effetto sulla crescita della produttività del lavoro. Esemplificando: non ha evidentemente senso aspettarsi rilevanti innovazioni tecnologiche nei lidi turistici. Un ombrellone resta tale nelle funzioni che svolge, a parità di materiale con il quale è costruito, indipendentemente dalla numerosità di lidi in competizione fra loro. Si fa riferimento, a riguardo, ai pionieristici studi di Baumol e Bowen. In un saggio del 1967, gli autori mostrano come esistono settori produttivi (l’esempio che propongono è il settore delle arti performative, soprattutto quello degli spettacoli dal vivo) nei quali è impossibile implementare innovazione tecnologica e quindi aumentare la produttività. Si riporta il ben noto esempio del quartetto di Mozart, che impiega quattro musicisti nel 1967 come nel 2022. Quella sulla promozione della concorrenza come fattore di crescita (si pensi ai lidi balneari, ma anche ai taxi) sembra una vera e propria crociata, guidata peraltro da una cattiva teoria economica.
L’economia italiana è sempre più caratterizzata da una forte incidenza di produzioni a bassa intensità tecnologica, di matrice artigianale (tessile, mobilio) e, soprattutto nel Mezzogiorno, con crescita dei settori tecnologicamente maturi (turismo innanzitutto). Esistono certamente attività produttive potenzialmente orientate alle innovazioni (farmaceutica, meccanica), ma, se si guarda alla traiettoria di lungo periodo, le innovazioni (di prodotto e di processo) sono sempre più residuali in Italia e il tasso di crescita della produttività del lavoro è, per conseguenza, in continua riduzione.
Serve una guida politica del processo di sviluppo, che si concretizzi in imprese pubbliche di grandi dimensioni con importanti strutture interne di ricerca e sviluppo, collocate in settori produttivi ad alta intensità di conoscenza. Che intervengano a sanare due fondamentali limiti dell’imprenditoria privata italiana: le piccole dimensioni aziendali (che inibiscono lo sfruttamento di economie di scala) e la rinuncia a spendere per la ricerca. Si tratta di fattori che vengono accentuati dalla moderazione salariale in atto e dalle misure di precarizzazione del lavoro, che consentono la sopravvivenza di molte imprese i cui margini di profitto derivano solo dai bassi salari che pagano ai loro dipendenti (Forges Davanzati, 1999).

2) Il Piano è di difficile realizzazione, dal momento che è basato sull’assunto per il quale gli Enti locali sono in grado – mediante la partecipazione a bandi – di progettare interventi e di guidare il processo di sviluppo. La pubblica amministrazione italiana è stata resa massimamente inefficiente da tagli sistematici operati dai governi, in particolare, nell’ultimo decennio e dallo scellerato blocco del turnover del 2012 (che costituisce un’ulteriore stretta rispetto a quello precedente del Governo Prodi). Il nostro Paese ha un numero di dipendenti pubblici notevolmente inferiore alla media europea, salari molto più bassi di quelli europei nel settore pubblico, elevata precarietà nella PA e carenza di laureati. In questo scenario, non è sorprendente la circostanza (in atto) che gli Enti locali – in particolare quelli del Mezzogiorno, ancora più sottodimensionati di quelli del Centro-Nord – ripropongono progetti che hanno nel cassetto, non avendo né fondi per pagare progettisti, né professionalità interne per elaborare nuovi progetti. SVIMEZ ha recentemente lanciato l’allarme sul rischio del mancato rispetto della clausola del 40% di investimenti destinati alle regioni meridionali.

CSEPI - Può spiegarci quali sono le cause principali dell’attuale inflazione che sta colpendo i paesi europei ed in particolare l’Italia? Cosa comporterà la decisione della BCE di aumentare i tassi d’interesse?

GFD - L’impennata dell’inflazione (che ha origine prima dello scoppio della guerra in Ucraina, ma che accelera enormemente a partire da giugno 2022) ha tre cause: le sanzioni imposte alla Russia (e, dunque, la contromisura russa di riduzione dell’offerta di gas), l’intensificazione della speculazione nel mercato Ttf di Amsterdam, l’aumento dei profitti e delle rendite. Le politiche messe in atto dalla BCE sono controproducenti.
Vediamo più in dettaglio.
È stata la guerra a generare l’impennata dei prezzi. Ciò a seguito delle restrizioni russe dell’offerta di gas. Sebbene questa evidenza sia negata dal mainstream “atlantista”, essa si basa su queste ulteriori evidenze: (i) è vero che esistevano segnali di inflazione prima del 22 febbraio 2022, ma è vero soprattutto che l’inflazione cresce molto a partire da giugno 2022; (ii) l’inflazione europea è trainata dall’aumento del prezzo del gas.
Inoltre, una buona prova aggiuntiva di questa diagnosi è data dal fatto che i Paesi che non hanno imposto sanzioni alla Russia (Cina, India, Indonesia, Messico, Arabia Saudita, Sud Africa, Brasile, Argentina e Turchia), con eccezione di Argentina e Turchia, sperimentano un tasso di inflazione mediamente inferiore rispetto a quello sperimentato nei Paesi che hanno imposto sanzioni. All’aumento del prezzo dei prodotti energetici, si aggiunge l’indebolirsi delle catene del valore, l’incertezza sulla continuità delle forniture, l’incremento dei costi della logistica e dei trasporti, la vicenda del grano e la siccità.
L’accelerazione dell’inflazione è presente anche negli Stati Uniti, con una differenza importante, però, rispetto all’Europa. Mentre da noi l’aumento dei prezzi riflette essenzialmente l’aumento dei costi dei prodotti importati, negli USA è l’effetto di incrementi di domanda aggregata, anche come conseguenza di aumenti della spesa pubblica: si tratta di un’economia surriscaldata, mentre quella europea è prossima alla recessione, con domanda aggregata stagnante. Agli incrementi di domanda aggregata la FED ha risposto alzando i tassi di interesse di più e più rapidamente di quanto fatto dalla Banca Centrale Europea. Ciò ha determinato l’apprezzamento del dollaro. Peraltro, l’aumento dei tassi di interesse della BCE riduce il vantaggio derivante dal contenimento della dinamica del debito in rapporto al Pil, dal momento che, con tassi di interesse alti e in aumento, diventa meno conveniente per uno Stato indebitarsi sui mercati finanziari.
La crescita di molti prezzi è anche imputabile all’aumento dei margini di profitto, in particolare delle grandi imprese, e all’incremento delle rendite finanziarie. Il Global Dividend Index riporta un aumento del’11.3% di cedole distribuite agli azionisti da parte di imprese quotate in borsa e rileva che l’aumento è stato del 28.7% in Europa. In Italia, ENI è fra i percettori dei più alti dividendi e rendite finanziarie, connesse a un aumento esponenziale dei prezzi. La gran parte degli aumenti di prezzo si è avuta nel periodo successivo al febbraio 2022.
A ciò si aggiunge l’intensificazione dell’attività speculativa sul gas. La speculazione consiste nel vendere/acquistare gas domani sulla base di prezzi stabiliti oggi. Si chiamano contratti futures. Il prezzo-base del gas viene stabilito ad Amsterdam, nel Title Transfer Facility, nel quale si confrontano fornitori e distributori di gas. Il prezzo del gas, al mercato di Amsterdam, era di 40 euro al MWh a fine 2021 ed è ora di 262 euro al MWh. Le ricadute sui consumi sono drammatiche. Si tratta di aumenti dei prezzi che, nei casi più estremi (per esempio le fonderie), si aggirano intorno al 500% su base annua. L’uso della cucina, il riscaldamento, l’illuminazione, per stare solo all’ambito domestico, sono i servizi che vengono immediatamente toccati.
Se gli operatori si formano l’aspettativa di un aumento del prezzo, scommettono su questa eventualità. Conviene dunque stipulare oggi contratti per gli acquisti di domani (si compra infatti a un prezzo più basso di quello atteso). Il prezzo del gas conseguentemente aumenta, del tutto indipendentemente dal reale andamento (oggi) della domanda e dell’offerta di gas. Si tratta a tutti gli effetti di scommesse. La base sulla quale gli operatori costruiscono le loro aspettative è l’attuale andamento della domanda e dell’offerta. Nel caso del gas, registrano oggi fenomeni rilevanti di razionamento da parte della Russia e formulano le loro previsioni in relazione alla durata prevista del conflitto russo-ucraino: quanto maggiore è la durata attesa, tanto più ci si attende che duri il razionamento e dunque tanto maggiore è il prezzo che ci si aspetta per il futuro. Nel 2022 il volume di gas in arrivo dalla Russia si è ridotto del 36%, principalmente ad opera di Gazprom.
Occorre considerare che l’attività speculativa è propria di un numero assai ristretto di operatori economici (di norma, grandi Istituzioni finanziarie) dotate di capitali monetari ingenti. Un numero assai ristretto di operatori economici, dunque, influisce sulle condizioni materiali di vita di milioni di individui.
In Italia l’andamento dei prezzi al consumo è definito dall’Arera, l’autorità per l’energia. Al prezzo-base si aggiungono le imposte: l’accisa sulla quantità di energia consumata; l’addizionale regionale (fatta eccezione per le regioni a statuto speciale e la Lombardia); l’iva (10 per cento su consumi inferiori a 480 metri cubi, poi scatta il 22 per cento). Ci sono poi i costi di trasporto.
Gli aumenti del prezzo del gas hanno due esiti: o si traducono in aumento dei prezzi dei prodotti finiti delle (molte) imprese che utilizzano gas, o determinano il fallimento di imprese, quelle che non possono caricare sui prezzi gli incrementi di costo a ragione della loro collocazione in mercati concorrenziali. L’esito - aumento dei prezzi o fallimento - dipende dal grado di concorrenza e dunque dall’elasticità della domanda che ciascuna impresa fronteggia.
In questo scenario, la BCE ha aumentato i tassi di interesse. I critici hanno messo in evidenza che questa manovra è causa di recessione, dal momento che frena gli investimenti privati e comprime la domanda interna. Il problema nasce dalla circostanza che, a differenza della FED, la BCE ha il solo mandato della stabilità dei prezzi nell’intorno del 2%, in questo riflettendo in toto la visione propria dell’elaborazione teorica degli ordoliberisti tedeschi (Walter Eucken in primis). Occorre poi considerare che la manovra dei tassi di interesse svolge anche una funzione redistributiva, in considerazione del fatto (i) che gli aumenti dei tassi di interesse si accompagnano a un aumento delle rendite finanziarie e (ii) sono anche funzionali alla riconfigurazione dei rapporti di scambio con il resto del mondo, tramite apprezzamenti della valuta. Su quest’ultimo punto, giova ricordare che anche la FED ha proceduto all’aumento dei tassi di interesse e che, nel momento di questa intervista, ciò ha contribuito a determinare un apprezzamento del dollaro sull’euro. È poi facile immaginare che, anche a breve, il deprezzamento dell’euro accentui l’inflazione europea tramite inflazione importata.


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GF Davanzati

(*) Guglielmo Forges Davanzati (Napoli, 1967) è professore associato di Economia Politica all’Università del Salento e componente del Cambridge Center for Economic and Public Policy dell’Università di Cambridge (UK).

 

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[1] Costituiscono parte rilevante del programma anche la digitalizzazione, la green economy, il potenziamento dell’istruzione tecnica, l’aumento dell’occupazione femminile, l’accelerazione dei tempi della giustizia, ritenuti anch’essi importanti ai fini della crescita economica.
[2] I fondi a debito verranno restituiti, per contro, nel periodo compreso fra il 2057 e il 2058.
[3] Che, come è noto, è stato sospeso a decorrere dagli anni della pandemia. Sulla questione, in Europa, si fronteggiano le opposte convinzioni dei “falchi” e dei Paesi periferici, con i primi a sostenere l’eccezionalità delle misure fiscali espansive dell’ultimo biennio e i secondi (Italia in primis) a invocare la loro continuità nel tempo.

 

CSEPI - 26/09/2022



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