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Sigonella 1985: la notte in cui l’Italia vinse una battaglia mentre perdeva la guerra

di F. La Manna

Ottobre 1985. Notte fonda sulla pista dell’aeroporto di Sigonella. Sotto le luci aspre dei fari va in scena un dramma che sembra scritto per Hollywood, ma che profuma di polvere da sparo e dignità nazionale. Da una parte i Delta Force americani, gli uomini del Pentagono inviati da Reagan per prendersi i dirottatori dell’Achille Lauro. Dall’altra i VAM dell’Aeronautica e i Carabinieri, schierati a cerchi concentrici, i fucili spianati contro gli alleati di sempre.

In quel momento l’Italia non è una “colonia”: è uno Stato. Bettino Craxi, al telefono con la Casa Bianca, non arretra di un millimetro. È il punto più alto della sua parabola, un sussulto di sovranità che ancora oggi fa battere il cuore a chiunque creda nell’autonomia dell’Italia. Quella notte del 10 ottobre 1985, mentre i jet americani ruggiscono impotenti sulla pista siciliana, il Presidente del Consiglio socialista tiene testa alla superpotenza atlantica e impone la giurisdizione italiana sui quattro palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro, uccidendo il cittadino americano Leon Klinghoffer. Poi com’è andata a finire, lo sappiamo.

Però, dietro quel bagliore patriottico, nell’ombra si muove una figura più silenziosa, meno muscolare, ma infinitamente più pericolosa. Perché se quella notte Craxi difendeva i confini fisici dello Stato, negli stessi uffici del Garofano il “ventriloquo” di Mondoperaio stava già smantellando i confini ideologici del socialismo, preparando la nazione a una svendita che nessun VAM avrebbe potuto fermare.

È Luciano Pellicani che ha armato la mano di Craxi per l’omicidio dell’identità socialista. Con la scusa di “modernizzare” e di “uscire dal marxismo”, Pellicani ha svuotato il sacco dei diritti collettivi per riempirlo di dottrine neoliberiste. Se Craxi parlava, Pellicani scriveva lo spartito: un socialismo che non faceva più paura al Capitale, ma che anzi ne diventava il maggiordomo col garofano all’occhiello. Il caso più emblematico? Il “Saggio su Proudhon” del 1978, ufficialmente firmato da Bettino Craxi ma in realtà scritto interamente da Pellicani. È la prova regina della “prigionia ideologica” del leader, ossia un ‘negro’ (in senso editoriale, ça vas sans dire) che dava veste intellettuale all’abbandono della lotta di classe: in realtà LP era il ventriloquo, mentre BC era il pupazzo. Il “pluralismo” di cui si parlava era, nei fatti, la porta spalancata alla privatizzazione dei diritti.

Per capire come Pellicani abbia potuto “catturare” Craxi, bisogna guardare alla sua architettura intellettuale. Pellicani non era un semplice professore: era un raffinatore di veleni ideologici per la sinistra tradizionale. La sua formazione affonda le radici nel pensiero di José Ortega y Gasset, del quale fu il massimo esperto italiano. Dal filosofo spagnolo attinse l’idea della “ribellione delle masse” come pericolo e la necessità di un’élite intellettuale che guidasse la società verso la modernità. Qui germina il suo disprezzo per il populismo operaio, per quella “massa” che pretende di avere voce in capitolo. Il nostro trascorse periodi cruciali in Spagna durante il tardo franchismo e la transizione democratica. Lì maturò la convinzione che il socialismo dovesse essere solo una variante “umana” del liberalismo, un riformismo addomesticato che non mettesse mai in discussione i rapporti di forza economici. Nel 1985 – proprio l’anno di Sigonella, guarda la coincidenza – Pellicani diventa direttore di ‘Mondoperaio’: la sua missione era fornire la copertura colta alla mutazione genetica del PSI. Mentre Craxi faceva la voce grossa con Reagan sulla pista siciliana, Pellicani spiegava ai quadri del partito, dalle pagine della rivista, che il conflitto di classe era morto e che il mercato era l’unico orizzonte possibile.

Sebbene si presentasse come un teorico puro, Pellicani fu in realtà il ponte tra il socialismo italiano e i think tank della socialdemocrazia europea già “normalizzata” e pro-mercato. La sua “copertura” era l’accademia – la LUISS, università di Confindustria – il luogo perfetto per formare la classe dirigente che avrebbe poi gestito le privatizzazioni degli anni Novanta. Poi, per chi volesse approfondire il ‘caso’ specifico, ossia le impronte digitali lasciate dal “ventriloquo” sulla scena del delitto, ecco i testi fondamentali:

  • “Il Vangelo socialista” (1978) è il testo sacro del revisionismo craxiano. Qui Pellicani compie l’operazione chirurgica, separa il socialismo dal marxismo, definito “una religione totalitaria”, per innestarvi un riformismo liberale del tutto innocuo per il Capitale. È il libro che ha dato il via alla mutazione genetica del PSI.
  • Il già citato “Saggio su Proudhon” (1978), firmato da Craxi ma scritto da Pellicani, che completa l’operazione: trasforma il padre dell’anarchismo in un proto-liberale, svuotando la sua critica della proprietà privata per farne un cantore del “pluralismo” inteso come libero mercato.
  • “La genesi del capitalismo e la modernità” (1988), scritto nel pieno del potere craxiano, è l’apologia del mercato come unico motore della civiltà. Qui si spiega chiaramente che la “libertà” non è quella dei lavoratori dal bisogno, ma quella dell’impresa da ogni vincolo statale. È il testo fondamentale per chi oggi, alla LUISS o nei think tank atlantici, celebra la fine della sovranità economica.
  • “L’individualismo metodologico” (1991) rappresenta l’atto finale, la negazione della società come collettività. Pellicani sposa integralmente le tesi della destra neoliberista alla Margaret Thatcher (“La società non esiste, esistono solo gli individui”). È la base teorica che giustifica la precarietà e l’isolamento dei lavoratori moderni.

Se Pellicani è stato il ventriloquo del PSI, Franco Modigliani è stato il confessore del PCI. Un confessore che non assolve i peccati, ma li prescrive come penitenza necessaria per entrare nel paradiso del capitalismo maturo. Molti politologi ed economisti fanno finta di strabuzzare gli occhi davanti a questo parallelismo, ma sta di fatto che regge, ed è lapalissiano: Pellicani ha fornito la giustificazione sociologica e filosofica per l’abbandono di Marx, Modigliani ha fornito la giustificazione economica e tecnica per l’accettazione del capitalismo di mercato. Due dosi dello stesso veleno, somministrate a due corpi diversi della sinistra italiana.

L’innesto di liberalismo nel PCI avviene attraverso l’autorevolezza del Premio Nobel per l’Economia. Modigliani, dal suo osservatorio americano, spiega pazientemente a Berlinguer prima e a Occhetto poi che se vogliono governare un Paese moderno devono abbandonare le teorie marxiste sull’economia. Il mercato non è il nemico, ma lo strumento. La stabilità monetaria non è un capriccio dei banchieri, ma una necessità tecnica. La scala mobile non è una conquista operaia, ma un ostacolo alla crescita.

Come Pellicani attaccava il tabù della rivoluzione e del collettivismo, Modigliani attacca il tabù della spesa pubblica espansiva, della conflittualità sindacale permanente, dell’ostilità strutturale al capitale. Il suo celebre scontro con la CGIL sulla scala mobile è l’equivalente economico dell’operazione culturale di Pellicani: smontare pezzo per pezzo l’armatura ideologica che proteggeva i lavoratori. La differenza è solo nella posizione: Pellicani operava dall’interno come un chirurgo, Modigliani consigliava dall’esterno come un medico di famiglia. Ma la diagnosi era identica: il socialismo è una malattia infantile della sinistra, la cura è il mercato. Pellicani vendeva al PSI l’idea che il socialismo fosse libertà individuale, Modigliani vendeva al PCI l’idea che il benessere dei lavoratori passasse per la stabilità dei mercati.

Entrambi sono stati visti dalla base più identitaria dei rispettivi partiti come “cavalli di Troia” della cultura borghese atlantica, incaricati di normalizzare la sinistra italiana secondo i canoni del capitalismo occidentale. E avevano ragione. Quando il Muro cadde nel 1989, la sinistra italiana era già pronta: non aveva più nulla da difendere, perché Pellicani e Modigliani avevano già venduto tutto all’asta.

Ma torniamo a noi, umili osservatori, e rispondiamo alla semplice domanda: “Si ma Craxi che c’entra?”. Ed è giustamente comprensibile il lettore che non ricorda e s’interroga, per cui è fondamentale passare dalla teoria di Pellicani alla pratica legislativa dei governi Craxi (1983-1987). Questi provvedimenti non furono “scelte tecniche obbligate”, ma la traduzione in legge del progetto di smantellamento del welfare e della forza contrattuale del lavoro. Rievochiamo dunque i principali atti di stampo neoliberista del periodo craxiano, quelli che Pellicani giustificava come “modernizzazione della società civile”.

1. L’attacco al salario: il decreto di san Valentino (D.L. n. 10/1984)

È l’atto simbolo. Per la prima volta nella storia della Repubblica, un governo interviene d’imperio sulla contrattazione tra le parti per tagliare i salari.

  • Cosa prevedeva: il taglio di 3 punti della Scala Mobile (il meccanismo che adeguava i salari all’inflazione).
  • L’impronta di Pellicani? La giustificazione ideologica era che l’inflazione fosse causata dalle pretese operaie e che lo Stato dovesse “liberare” l’economia dal peso del corporativismo sindacale. Fu la rottura definitiva dell’unità sindacale e la prima grande sconfitta della CGIL.

2. La deregulation del lavoro: contratti formazione e part-time (Legge 863/1984)

Inizia qui la stagione della precarietà.

  • Cosa prevedeva: l’introduzione dei contratti di formazione e lavoro (CFL) e del part-time. Formalmente servivano a “incentivare l’occupazione giovanile”, ma nei fatti introdussero il concetto di lavoro sotto-pagato e con meno garanzie.
  • L’impronta di Pellicani? Coerente con l’idea di “società aperta” e flessibile, dove il mercato deve poter disporre della forza lavoro senza i “lacci e lacciuoli” del passato marxista.

3. La fine della progressività fiscale (riforma Visentini/Craxi – 1986)

Un pilastro del neoliberismo è il taglio delle tasse ai redditi più alti (la cosiddetta Supply-side economics).

  • Cosa prevedeva: Una drastica riduzione del numero delle aliquote IRPEF e l’abbassamento della soglia massima (l’aliquota marginale superiore passò da circa il 65% al 62%, per poi crollare ulteriormente negli anni successivi).
  • L’impronta di Pellicani? Il passaggio dal concetto di “redistribuzione” (tipico del socialismo classico) a quello di “premio al merito e alla produzione” (tipico del liberalismo).

4. Il sistema televisivo: i decreti Berlusconi (D.L. “Berlusconi” 1984-1985)

Non fu solo un favore a un amico, ma la privatizzazione dell’immaginario collettivo.

  • Cosa prevedeva: la legalizzazione delle trasmissioni via etere su scala nazionale per le TV private, rompendo il monopolio RAI senza però imporre obblighi di servizio pubblico ai privati.
  • L’impronta di Pellicani? L’idea che il mercato della cultura debba essere libero da controlli statali. Questo ha trasformato il cittadino in consumatore, rendendo la società più permeabile ai messaggi del neoliberismo sfrenato.

5. Il cd. “divorzio” Tesoro-Bankitalia e il debito (consolidamento)

Sebbene il cd. divorzio tecnico sia del 1981, il governo Craxi lo portò a compimento politico.

  • Cosa prevedeva: la Banca d’Italia non era più obbligata ad acquistare i titoli di Stato invenduti. Lo Stato doveva quindi pagare tassi d’interesse altissimi stabiliti dai mercati privati.
  • L’impronta di Pellicani? La convinzione che lo Stato debba essere “disciplinato” dal mercato. Il debito esploso in quegli anni divenne poi la clava usata per giustificare i tagli alla sanità e alle pensioni (il “ce lo chiede l’Europa”).

6. Le prime grandi manovre di privatizzazione (IRI e SME)

Craxi diede il via libera a Romano Prodi (allora alla guida dell’IRI) per iniziare a svendere i pezzi dello Stato.

  • Cosa prevedeva: la cessione di numerose aziende minori e il tentativo di vendere la SME (alimentare) a De Benedetti. Anche se la vendita SME saltò, il principio era stabilito: lo Stato imprenditore doveva morire.
  • L’impronta di Pellicani? Il cuore della sua tesi sulla “Genesi del Capitalismo”: lo Stato non deve produrre pane o panettoni, deve solo garantire che i privati possano farlo in libertà.

Credo che questo excursus pellicanaceo del governo di Bettino possa bastare ai più, ma al contempo volevo precisare che scrivendo queste righe non ho voluto compiere solo un esercizio di memoria storica, quanto piuttosto suggellare un atto di igiene politica. Mentre i sovranisti di cartone – da un lato per Craxi – e i media ufficiali – per Pellicani dall’altro – continuano a spargere incenso sul feretro di una stagione che ha svenduto l’Italia, è bene ricordare che tra una sfida a Reagan e un garofano all’occhiello, la sinistra stava iniziando a consumare già dagli anni ‘80 il più grande inganno ai danni del popolo lavoratore. Tentare di rivalutare oggi sia il ‘pupazzo’ che il suo ‘ventriloquo’ significherebbe accettare che la politica sia solo gestione dell’esistente per conto terzi, ispirata da illuminati incolpevoli. È ora di dire che il “nuovo corso” non era una nuova strada, bensì l’inizio di un vicolo cieco in cui i lavoratori si trovano ancora oggi. Quella notte a Sigonella, mentre i riflettori illuminavano lo scontro con l’America, nelle retrovie si consumava un tradimento più sottile e devastante: quello dell’identità e della missione storica del socialismo italiano.

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