(Un’analisi critica delle riserve auree italiane e dell’architettura monetaria europea)
di CSEPI
Abstract
Il presente articolo analizza la funzione delle riserve auree italiane nel sistema monetario contemporaneo, prendendo le mosse dalla recente vicenda riguardante un emendamento alla legge di bilancio del dicembre 2025. Attraverso un approccio che integra analisi contabile, teoria monetaria e teoria politica, il lavoro dimostra che l’oro non svolge alcun ruolo operativo nella politica monetaria moderna basata sulla moneta fiat[1] e che la credibilità economica degli Stati deriva, sostanzialmente, dalla solidità dell’economia reale, non certo dalla consistenza delle riserve metalliche. L’articolo identifica nella persistenza del mito aureo una funzione ideologica precisa: occultare le vere questioni del potere economico nell’Eurozona, dove la sovranità monetaria non è stata semplicemente trasferita ma disaggregata tra attori multipli (BCE, Commissione Europea, Eurogruppo, Corte di Giustizia UE, mercati finanziari), producendo un regime di democrazia formale dentro un ordine economico post-democratico. Il discorso pubblico sull’oro emerge così come sintomo di una più profonda crisi della sovranità democratica, in cui gli Stati membri mantengono responsabilità politica ma non dispongono degli strumenti operativi per modificare le condizioni economiche. La conclusione evidenzia come la costruzione di un discorso pubblico maturo richieda l’abbandono dei feticci simbolici per affrontare le questioni reali della distribuzione del potere economico europeo e della legittimazione democratica delle istituzioni sovranazionali.
Introduzione
Un emendamento alla legge di bilancio ha riacceso in Italia un dibattito che sembrava appartenere a un’altra epoca: quello sulla natura, la titolarità e la funzione delle riserve auree detenute dalla Banca d’Italia. La proposta normativa, che mirava a definire l’oro come “bene del popolo italiano” e a circoscriverne l’utilizzo, ha suscitato reazioni immediate tanto sul piano istituzionale quanto su quello mediatico. La Banca Centrale Europea ha manifestato preoccupazione per possibili interferenze con l’autonomia della Banca d’Italia e con i principi fondamentali dell’Eurosistema. I mercati finanziari hanno osservato con attenzione. L’opinione pubblica si è divisa tra chi vi ha scorto un legittimo atto di riaffermazione della sovranità nazionale e chi vi ha letto un pericoloso segnale di deriva populista.
Eppure, al di là delle posizioni politiche contingenti, la vicenda solleva interrogativi di portata ben più ampia e strutturale. Perché nel 2025, in un’economia globalizzata e digitalizzata, in un sistema monetario basato interamente sulla moneta fiat non convertibile, si continua a parlare dell’oro come se esso costituisse ancora il fondamento della stabilità finanziaria di un Paese? Perché le 2.452 tonnellate di oro custodite nei caveau della Banca d’Italia vengono evocate nel discorso pubblico come un “tesoro nazionale”, come una risorsa strategica capace di garantire la credibilità dello Stato italiano?
La risposta a queste domande non può limitarsi a una verifica contabile o a una ricognizione giuridica della titolarità delle riserve. Richiede invece un’analisi più profonda, che attraversi tre livelli distinti ma interconnessi: quello tecnico-contabile, quello economico-teorico e quello politico-istituzionale. Solo intrecciando questi tre piani è possibile comprendere perché l’oro continui a occupare uno spazio tanto rilevante nell’immaginario collettivo e nel dibattito politico, nonostante la sua marginalità operativa nella gestione della politica monetaria contemporanea.
Il presente lavoro si propone di condurre questa analisi articolata, muovendo dall’esame dei dati di bilancio della Banca d’Italia per poi risalire alle questioni teoriche fondamentali che riguardano la natura della moneta moderna, i meccanismi della sovranità monetaria e l’architettura istituzionale dell’Eurozona. L’obiettivo non è semplicemente quello di dimostrare che l’oro è economicamente irrilevante – sarebbe un’affermazione troppo semplicistica e in parte fuorviante – ma piuttosto di chiarire quale funzione esso svolga effettivamente oggi, distinguendo tra dimensione operativa, dimensione patrimoniale e dimensione simbolico-narrativa. E, soprattutto, di mostrare come il persistente richiamo all’oro nel discorso pubblico serva spesso a occultare questioni ben più sostanziali: chi detiene realmente il potere di determinare le condizioni della politica economica in Italia? Quali margini di azione restano a uno Stato membro dell’Eurozona? Che cosa significa, concretamente, sovranità economica in un’unione monetaria priva di un vero governo federale?
Sono domande che vanno ben oltre la cronaca politica di un emendamento e che toccano il cuore stesso della costruzione europea e del rapporto tra democrazia e potere economico nell’età contemporanea.
1. Natura contabile e consistenza delle riserve auree: una ricognizione del bilancio 2024
L’analisi che segue adotta la prospettiva dell’autorità monetaria italiana e si fonda esclusivamente sui dati tratti dal bilancio di esercizio della Banca d’Italia per l’anno fiscale 2024, presentato all’Assemblea ordinaria dei Partecipanti il 31 marzo 2025. L’obiettivo è comprendere, da un punto di vista tradizionale, il ruolo dell’oro nel sistema monetario italiano contemporaneo, partendo da un’analisi precisa dei dati contabili. La prospettiva critica sarà sviluppata in un secondo momento.
Nel bilancio della Banca d’Italia, l’oro è iscritto all’attivo alla voce “Oro e crediti in oro”, che al 31 dicembre 2024 ammonta a 197,9 miliardi di euro, in forte crescita rispetto ai 147,2 miliardi dell’esercizio precedente. Questo incremento di oltre cinquanta miliardi di euro potrebbe apparire, a un’osservazione superficiale, come il risultato di una politica attiva di accumulazione di riserve o di operazioni straordinarie sul mercato dell’oro. In realtà, è essenziale sottolineare fin da subito che tale aumento non riflette in alcun modo variazioni quantitative nella consistenza fisica delle riserve, bensì esclusivamente l’apprezzamento del prezzo del metallo sui mercati internazionali.
La consistenza fisica delle riserve auree italiane è infatti rimasta del tutto invariata, attestandosi a 79 milioni di once troy (unità di misura standard utilizzata a livello internazionale per pesare i metalli preziosi), equivalenti a 2.452 tonnellate metriche. Questo dato colloca la Banca d’Italia stabilmente tra i maggiori detentori ufficiali di oro a livello mondiale, insieme alla Federal Reserve statunitense, alla Bundesbank tedesca e al Fondo Monetario Internazionale. Il prezzo dell’oro, espresso in euro per oncia, è cresciuto del 34,4% nel corso del 2024, passando da 1.867,8 euro a 2.511,1 euro, determinando un effetto di rivalutazione contabile di straordinaria rilevanza quantitativa ma di natura esclusivamente patrimoniale, non operativa.
Dal punto di vista della valutazione, l’oro detenuto dalla Banca d’Italia è contabilizzato secondo i criteri armonizzati dell’Eurosistema, che riflettono una concezione prudenziale e stabilizzatrice della funzione delle riserve metalliche. Più precisamente, l’oro viene valorizzato al prezzo di fine esercizio comunicato dalla Banca Centrale Europea, applicando il metodo del costo medio netto giornaliero. Questo sistema di valutazione comporta una conseguenza contabile fondamentale: le plusvalenze non realizzate, cioè l’incremento di valore dell’oro dovuto all’aumento del prezzo di mercato, non transitano nel conto economico e quindi non concorrono alla formazione dell’utile di esercizio distribuibile. Esse confluiscono invece nei cosiddetti conti di rivalutazione che rappresentano una componente patrimoniale separata e vincolata.
Questo trattamento contabile riflette la natura peculiare dell’oro come riserva di valore e strumento di stabilità patrimoniale, piuttosto che come asset destinato a generare reddito corrente. L’oro non produce interessi, non distribuisce dividendi, non genera flussi di cassa operativi. La sua funzione è quella di costituire un cuscinetto patrimoniale, un elemento di solidità del bilancio che può assorbire eventuali perdite future senza intaccare il capitale sociale o compromettere la stabilità finanziaria dell’istituto di emissione.
La funzione economica e monetaria dell’oro nell’architettura delle riserve ufficiali
Le riserve auree costituiscono, insieme alle attività nette in valuta estera, le riserve ufficiali del Paese, detenute dalla Banca d’Italia in base al Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e allo Statuto del Sistema europeo delle banche centrali. Esse sono parte integrante delle riserve complessive dell’Eurosistema e contribuiscono, almeno formalmente, alla “credibilità” finanziaria e monetaria dell’intero sistema.
Dal punto di vista funzionale, l’oro svolge oggi un ruolo che potrebbe essere definito pre-monetario e meta-monetario al tempo stesso. Esso non è più mezzo di pagamento diretto, non costituisce unità di conto, non viene utilizzato nelle transazioni correnti. Tuttavia, conserva una funzione simbolica e patrimoniale come bene rifugio, privo di rischio di credito e di controparte. A differenza di qualsiasi altra attività finanziaria, l’oro non rappresenta la passività di alcun soggetto economico. Non può essere svalutato da una decisione politica unilaterale, non è esposto al rischio di default di un emittente sovrano o privato, non dipende dalla solvibilità di una controparte bancaria.
Secondo la “vulgata”, in un contesto caratterizzato da elevata incertezza finanziaria, tensioni geopolitiche persistenti o dinamiche inflazionistiche prolungate, l’oro rappresenterebbe un ancoraggio patrimoniale che rafforzerebbe la solidità complessiva del bilancio della banca centrale ed inoltre, la presenza di consistenti riserve auree, amplierebbe la capacità della banca centrale di assorbire shock negativi improvvisi.
Non si tratta, dunque, di una capacità operativa diretta, nel senso che l’oro non viene impiegato quotidianamente nelle operazioni di politica monetaria ma di una capacità legata alla “resistenza” patrimoniale: in caso di perdite significative su altre voci dell’attivo, le riserve auree e i relativi conti di rivalutazione possono fungere da cuscinetto, evitando che tali perdite si traducano in una erosione del capitale della banca centrale o, nei casi estremi, in una situazione di patrimonio netto negativo che comprometterebbe la credibilità dell’istituto stesso.
Non a caso, nel quinquennio 2020-2024, la crescita dei fondi patrimoniali della Banca d’Italia è stata trainata in misura rilevante proprio dai conti di rivalutazione dell’oro. Questo dato evidenzia come, in un periodo di elevata volatilità dei mercati finanziari e di trasformazione radicale della politica monetaria, l’oro abbia effettivamente svolto la sua funzione di stabilizzatore patrimoniale, pur senza mai essere impiegato operativamente.
I conti di rivalutazione e il ruolo patrimoniale dell’oro
Le plusvalenze non realizzate sull’oro confluiscono nel conto di rivalutazione da cambio, che al 31 dicembre 2024 raggiunge la cifra ragguardevole di 178,5 miliardi di euro, rispetto ai 127,8 miliardi dell’anno precedente. Questo incremento di oltre cinquanta miliardi in un solo esercizio testimonia l’entità della rivalutazione subita dall’oro nel corso del 2024.
Dal punto di vista giuridico e contabile, è fondamentale comprendere la natura e i vincoli di questi conti. I conti di rivalutazione non sono distribuibili. Non possono essere utilizzati per finanziare spese correnti dello Stato, non possono essere destinati a finalità diverse dalla copertura di future minusvalenze. Essi rappresentano, in sostanza, un presidio patrimoniale di prima linea: fungono da cuscinetto contro la volatilità dei mercati, riducendo la probabilità che fluttuazioni avverse del prezzo dell’oro si traducano in perdite economiche immediate che graverebbero sul conto economico.
Questo meccanismo riflette una concezione essenzialmente prudenziale del bilancio della banca centrale, coerente con la sua funzione istituzionale e con l’assenza di finalità lucrative. Una banca centrale non è un’impresa commerciale che mira alla massimizzazione del profitto distribuibile. È un’istituzione pubblica la cui missione fondamentale è garantire la stabilità monetaria e finanziaria del sistema. In questa prospettiva, la presenza di ampi cuscinetti patrimoniali non distribuibili costituisce un elemento di forza, non di debolezza o di inefficienza.
È importante sottolineare, a questo punto, un aspetto spesso misconosciuto o deliberatamente oscurato nel dibattito pubblico: nonostante l’ingente valore di mercato dell’oro, le riserve auree non appartengono ai partecipanti al capitale della Banca d’Italia. Lo Statuto della Banca d’Italia limita infatti i diritti patrimoniali dei partecipanti al solo capitale sociale e ai dividendi eventualmente distribuibili, escludendo esplicitamente ogni pretesa sulle riserve, qualunque ne sia l’origine o la composizione. L’oro è dunque un bene pubblico in senso sostanziale, funzionale alla stabilità monetaria e finanziaria del sistema-Paese, e non può essere assimilato a un patrimonio privatizzabile o suscettibile di appropriazione da parte dei soci privati dell’istituto.
Questa distinzione giuridica è fondamentale per comprendere la natura stessa della Banca d’Italia come istituzione: essa, infatti, svolge funzioni di interesse pubblico primario e il suo patrimonio, incluse le riserve auree, è vincolato al perseguimento di tali funzioni.
Detenzione, localizzazione e profili di sovranità
Un aspetto che periodicamente riaffiora nel dibattito pubblico, spesso alimentando teorie cospirative o letture ideologiche, riguarda la localizzazione fisica delle riserve auree italiane. Alla fine del 2024, il 44,9% dell’oro era custodito in Italia, il 43,3% negli Stati Uniti, il 6,1% in Svizzera e il 5,7% nel Regno Unito.
Questa distribuzione geografica non è casuale né improvvisata. Essa riflette prassi consolidate a livello internazionale di diversificazione geografica delle riserve e di affidamento a infrastrutture di custodia considerate altamente sicure, liquide e dotate delle necessarie garanzie operative. Le principali banche centrali del mondo, incluse quelle dei Paesi economicamente e politicamente più stabili, adottano strategie analoghe. La Federal Reserve Bank di New York, ad esempio, custodisce riserve auree di numerosi Paesi esteri, così come la Banca d’Inghilterra a Londra. Si tratta di una pratica standard che risponde a esigenze di sicurezza fisica, di liquidità operativa e di rapidità nelle eventuali operazioni di compravendita sui mercati internazionali dell’oro.
Dal punto di vista giuridico, la collocazione all’estero di parte delle riserve non incide minimamente sulla titolarità piena e incondizionata delle stesse, che restano di proprietà esclusiva della Banca d’Italia. Non vi è alcuna cessione di sovranità, alcun vincolo di disponibilità, alcuna limitazione al diritto di trasferimento o di utilizzo. Sul piano della sovranità economica, l’oro rappresenta infatti uno degli ultimi asset statali che non dipendono da passività altrui e non sono denominati in valuta di terzi, caratteristica che ne rafforza il valore strategico in scenari di frammentazione finanziaria internazionale o di crisi geopolitiche acute. Tuttavia, è importante non sopravvalutare questo aspetto. La sovranità che l’oro garantisce è essenzialmente una sovranità patrimoniale, non operativa. L’oro conferisce solidità di bilancio, non capacità di intervento macroeconomico. È un cuscinetto, non una leva. E come vedremo nelle sezioni successive, confondere questi due aspetti costituisce uno degli errori più diffusi e fuorvianti nel dibattito pubblico contemporaneo sulla politica monetaria.
2. La questione teorica fondamentale: ha ancora senso parlare di oro in un sistema caratterizzato da moneta fiat?
Completata la ricognizione dei dati contabili e chiarita la natura patrimoniale delle riserve auree, è necessario ora affrontare la questione di fondo che attraversa sotterraneamente l’intero dibattito pubblico sull’oro. La domanda a cui si cercherà di dare una risposta è: in un sistema monetario basato interamente sulla moneta fiat non convertibile, quale funzione economica svolgono effettivamente le riserve auree? E, più radicalmente: ha ancora senso attribuire all’oro un ruolo rilevante nella valutazione della solidità finanziaria di uno Stato?
La risposta a questa domanda non può essere semplicemente affermativa o negativa. Richiede invece una distinzione analitica precisa tra diversi piani, quello tecnico-operativo, quello patrimoniale-contabile e quello simbolico-narrativo. Solo mantenendo ferma questa distinzione è possibile evitare le confusioni concettuali che caratterizzano gran parte del dibattito corrente.
La trasformazione strutturale del sistema monetario: dal gold standard alla moneta fiat
Per comprendere appieno il ruolo attuale dell’oro, è indispensabile richiamare brevemente la trasformazione radicale che ha investito il sistema monetario internazionale nella seconda metà del Novecento. Fino al 1971, anno della definitiva rottura degli accordi di Bretton Woods (il cd. “Nixon shock”), il sistema monetario mondiale era ancora formalmente ancorato, sia pure in modo indiretto e mediato, a una base metallica. Il dollaro statunitense era convertibile in oro a un tasso fisso per le banche centrali estere e le altre valute erano agganciate al dollaro attraverso un regime di cambi fissi ma aggiustabili.
In quel sistema, le riserve auree svolgevano effettivamente una funzione operativa: esse costituivano il vincolo ultimo all’espansione monetaria, garantivano la convertibilità della moneta e rappresentavano la base materiale della fiducia nel valore della valuta. Quando un Paese esauriva le proprie riserve auree, perdeva la capacità di sostenere il valore della propria moneta e si trovava costretto ad adottare misure deflazionistiche o a svalutare.
La rottura di Bretton Woods ha segnato il passaggio definitivo a un sistema di moneta fiat pura, in cui la creazione di moneta non è più vincolata ad alcuna base materiale. In questo nuovo assetto, le banche centrali creano passività monetarie mediante operazioni contabili elettroniche, accreditando riserve bancarie o acquistando attività finanziarie. Non esiste alcun obbligo di conversione della moneta in oro o in qualsiasi altro bene reale. La moneta è “fiat” nel senso letterale del termine: esiste per decreto, in virtù della decisione dell’autorità monetaria ed è accettata perché garantita dallo Stato e dalla sua capacità di imporre obblighi fiscali denominati in quella stessa moneta.
In questo contesto, il meccanismo di creazione monetaria è radicalmente diverso da quello del sistema aureo. Le banche centrali possono espandere o contrarre i propri bilanci in modo essenzialmente illimitato dal punto di vista tecnico-contabile. Non vi è alcuna barriera fisica, alcun vincolo materiale che impedisca a una banca centrale di accreditare riserve bancarie o di acquistare titoli di Stato. L’unico limite reale alla creazione monetaria non è costituito dalle riserve auree o da qualsiasi altro asset, ma dalle conseguenze macroeconomiche dell’espansione stessa: l’inflazione, l’eventuale perdita di fiducia nella valuta, la svalutazione del cambio, l’esaurimento della capacità produttiva dell’economia.
I vincoli reali della politica monetaria moderna
È fondamentale comprendere che i limiti all’emissione monetaria in un sistema fiat sono vincoli economici, non vincoli contabili o patrimoniali. Una banca centrale può tecnicamente creare qualsiasi quantità di moneta (passività) ed il vincolo vero, quello che deve essere monitorato costantemente dalla predetta autorità monetaria, non risiede nella sostenibilità finanziaria intrinseca dell’emissione stessa. Il punto cruciale è la capacità reale del sistema: risorse naturali e input reali, piena occupazione della forza lavoro disponibile, stock di capitale fisico e umano esistente. Tradotto, significa: ci sono abbastanza materie prime disponibili? Troviamo manodopera sufficiente e qualificata per coprire tutti i posti di lavoro? Gli impianti e le infrastrutture esistenti sono già sfruttati al massimo?
Il superamento di tale soglia di piena capacità, qualora non adeguatamente gestito, costituirebbe il fattore primario di generazione di pressioni inflazionistiche.
Questo è il limite autentico, il confine che separa la politica monetaria efficace dalla politica monetaria inflazionistica.
In questo quadro teorico, che rappresenta il consenso consolidato della macroeconomia moderna, l’oro non svolge alcuna funzione operativa diretta; non determina la quantità di moneta che può essere creata; non costituisce un vincolo tecnico all’espansione del bilancio della banca centrale; non garantisce il valore della moneta in circolazione. La sua presenza o assenza non modifica in alcun modo i meccanismi di trasmissione della politica monetaria all’economia reale.
Questa affermazione, per quanto possa apparire controintuitiva rispetto al senso comune, è confermata dall’evidenza empirica internazionale. Paesi con riserve auree minime o nulle, come il Canada che ha liquidato quasi completamente le proprie riserve negli anni duemila o il Giappone che detiene quantità trascurabili di oro, mantengono una credibilità finanziaria elevata e una capacità di intervento monetario ampia. Al contrario, Paesi con significative riserve auree ma con economie fragili, sistemi produttivi deboli o istituzioni instabili non traggono da quelle riserve alcun particolare vantaggio in termini di credibilità o di capacità di azione macroeconomica.
La vera fonte della credibilità economica di uno Stato
Se l’oro non costituisce il fondamento della credibilità finanziaria di un Paese, quale ne è allora la vera fonte? La risposta è insieme semplice e complessa: la credibilità economica di uno Stato in un sistema di moneta fiat deriva dalla qualità strutturale della sua economia reale e dalla solidità delle sue istituzioni.
Un Paese viene valutato dai mercati internazionali, dalle agenzie di rating, dagli investitori esteri e dalle istituzioni finanziarie internazionali sulla base di fattori che riguardano la sua capacità produttiva e la sua stabilità politico-istituzionale: la produttività totale dei fattori, il tasso di occupazione e la capacità di assorbire forza lavoro, la struttura industriale e la competitività manifatturiera, la bilancia commerciale e la posizione patrimoniale netta sull’estero, la stabilità istituzionale e la qualità della governance, la capacità dello Stato di prelevare risorse fiscali in modo efficiente ed equo, il livello di innovazione tecnologica e la qualità delle infrastrutture materiali e immateriali, la coesione sociale e l’efficacia del sistema di welfare.
Questi fattori, non le riserve auree, influenzano il giudizio delle agenzie di rating e condizionano le aspettative degli operatori internazionali. Sono questi elementi che fanno la differenza tra un Paese percepito come solido e affidabile e un Paese considerato fragile e rischioso.
L’esempio del Giappone è particolarmente illuminante. Il Paese presenta uno dei livelli di debito pubblico più elevati al mondo in rapporto al PIL, superiore al duecentocinquanta per cento e detiene riserve auree assolutamente marginali. Eppure, nessun investitore internazionale dubita della solvibilità del governo giapponese. I titoli di Stato giapponesi sono considerati tra i più sicuri al mondo. Il Giappone può indebitarsi a tassi di interesse prossimi allo zero o addirittura negativi. Perché? Non certo grazie alle sue riserve auree, che sono irrilevanti ma grazie alla forza della sua economia reale: un sistema industriale altamente avanzato, una capacità di innovazione straordinaria, una posizione creditoria netta sull’estero significativa, istituzioni solide e prevedibili, una società coesa e ordinata.
Al contrario, Paesi con riserve auree consistenti ma con economie fragili, sistemi produttivi arretrati, istituzioni instabili o conflitti politici acuti non godono di particolare credibilità internazionale. Le loro riserve auree non impediscono crisi valutarie, non proteggono dalla fuga di capitali, non garantiscono l’accesso ai mercati finanziari internazionali a condizioni favorevoli.
La conclusione è dunque netta: in un sistema di moneta fiat, la credibilità economica di uno Stato non deriva dalle sue riserve auree ma dalla solidità della sua economia reale e dalla qualità delle sue istituzioni. L’oro può svolgere una funzione patrimoniale, come abbiamo visto nell’analisi del bilancio ma non costituisce in alcun modo il fondamento della capacità di intervento macroeconomico dello Stato né della fiducia che i mercati ripongono in quel Paese.
3. Moneta fiat e sovranità monetaria: meccanismi, vincoli e illusioni
Chiarito che l’oro non costituisce più il fondamento operativo della politica monetaria, è necessario ora analizzare in modo più approfondito come funziona effettivamente la creazione monetaria in un sistema fiat moderno e quali siano i vincoli reali, non quelli immaginari o mitologici, che limitano l’azione delle banche centrali.
I meccanismi della creazione monetaria contemporanea
Nel sistema monetario contemporaneo, la creazione di moneta avviene attraverso operazioni contabili che espandono simultaneamente l’attivo e il passivo del bilancio della banca centrale. In particolare, quando una banca centrale acquista titoli di Stato sul mercato secondario, essa accredita riserve bancarie sul conto della banca venditrice. Questa operazione aumenta le passività della banca centrale, costituite appunto dalle riserve bancarie che le banche commerciali detengono presso di essa e aumenta contemporaneamente l’attivo, costituito dai titoli acquistati.
Non vi è alcun trasferimento di risorse preesistenti. Non vi è alcuna sottrazione da un deposito pregresso. Non vi è alcun vincolo rappresentato da riserve auree o da qualsiasi altro asset materiale. La moneta viene letteralmente creata mediante un’annotazione contabile elettronica. Questo meccanismo, per quanto possa apparire controintuitivo o addirittura inquietante a chi non abbia familiarità con l’economia monetaria moderna, rappresenta il funzionamento standard delle banche centrali in tutto il mondo sviluppato.
Tuttavia, è fondamentale comprendere che la creazione monetaria nel sistema moderno non avviene esclusivamente attraverso le operazioni di mercato aperto della banca centrale. In un sistema pienamente sovrano dal punto di vista monetario, la moneta si crea principalmente attraverso la spesa pubblica in deficit. Quando lo Stato spende più di quanto preleva attraverso le tasse, immette nell’economia moneta nuova: il Tesoro ordina pagamenti, la banca centrale accredita i conti dei beneficiari e questo processo genera un aumento netto delle riserve bancarie nel sistema. Il deficit pubblico, in questa prospettiva, non è un “buco da coprire” ma il meccanismo attraverso cui lo Stato inietta liquidità nell’economia reale.
In alcuni sistemi monetari, questo processo può avvenire anche attraverso il cosiddetto scoperto di conto o finanziamento monetario diretto: il Tesoro dispone di un conto presso la banca centrale che può utilizzare in scoperto, permettendo allo Stato di finanziare la propria spesa mediante creazione diretta di moneta da parte della banca centrale, senza dover prima collocare titoli di debito sul mercato. Questo meccanismo, storicamente utilizzato in molti Paesi, consente una coordinazione immediata e perfetta tra politica fiscale e politica monetaria, eliminando il rischio che lo Stato si trovi nell’impossibilità tecnica di finanziare la propria spesa.
Nell’Unione Europea, tuttavia, questo strumento è stato esplicitamente vietato. L’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea proibisce il finanziamento monetario diretto degli Stati membri, vietando alle banche centrali nazionali e alla BCE di concedere scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia alle amministrazioni pubbliche. Questa proibizione rappresenta una scelta politica e ideologica fondamentale, non una necessità tecnica: essa costringe gli Stati membri a finanziarsi esclusivamente sui mercati finanziari, emettendo titoli di debito che devono essere acquistati da investitori privati, introducendo così un elemento di dipendenza dai mercati che non esisterebbe in un sistema di piena sovranità monetaria.
Le operazioni di politica monetaria ordinaria, quelle che le banche centrali conducono quotidianamente per gestire la liquidità del sistema bancario e per implementare l’orientamento di politica monetaria deciso dai loro organi di governo, avvengono comunque secondo la logica dell’espansione bilaterale del bilancio. Le operazioni di rifinanziamento, con cui la banca centrale presta liquidità alle banche commerciali a fronte di garanzie collaterali, creano nuove riserve bancarie. Le operazioni di mercato aperto, con cui la banca centrale acquista o vende titoli per influenzare i tassi di interesse, espandono o contraggono il bilancio. I programmi di acquisto di titoli su larga scala, come quelli implementati dalla Banca Centrale Europea durante la crisi finanziaria e la pandemia, hanno creato migliaia di miliardi di euro di nuove riserve bancarie senza alcun vincolo materiale predeterminato.
È fondamentale comprendere che questo potere di creare passività monetarie non è limitato, dal punto di vista tecnico-contabile, dalla consistenza dell’attivo patrimoniale della banca centrale. Una banca centrale può operare anche con un patrimonio netto negativo, come è accaduto in alcune fasi della storia recente per diverse banche centrali europee. Questo perché una banca centrale, a differenza di un’impresa commerciale o di una famiglia, non può fallire nel senso tradizionale del termine: essa è l’emittente monopolistico della moneta legale e può sempre far fronte ai propri impegni denominati nella valuta che essa stessa crea.
La differenza cruciale tra un sistema di piena sovranità monetaria e l’architettura dell’Eurozona risiede proprio qui: in un sistema sovrano, la banca centrale garantisce automaticamente il finanziamento dello Stato, sia attraverso acquisti diretti di titoli sul mercato primario, sia attraverso lo scoperto di conto, sia mediante l’impegno implicito o esplicito di intervenire sul mercato secondario per stabilizzare i rendimenti. Nell’Eurozona, questa garanzia non esiste: gli Stati membri emettono debito in una moneta che non controllano e devono affidarsi alla volontà discrezionale della BCE per evitare crisi di finanziamento. Questa asimmetria strutturale trasforma i mercati finanziari in un meccanismo di disciplina esterna che condiziona pesantemente le scelte di politica fiscale dei governi nazionali.
I vincoli reali: inflazione, capacità produttiva e credibilità istituzionale
Se la capacità tecnica di creare moneta è essenzialmente illimitata, quali sono allora i vincoli che effettivamente limitano l’azione delle banche centrali? La risposta si articola su tre piani distinti ma interconnessi.
Il primo vincolo, quello più discusso nella letteratura economica mainstream, è rappresentato dall’inflazione. Un’espansione monetaria eccessiva, in particolare quando l’economia opera già in prossimità della piena occupazione dei fattori produttivi, genera pressioni al rialzo sui prezzi. In linea generale, se la domanda aggregata eccede sistematicamente l’offerta aggregata, gli operatori economici competono per accaparrarsi risorse scarse e questa competizione si traduce in aumenti generalizzati dei prezzi. L’inflazione, soprattutto quando diventa persistente e si incorpora nelle aspettative degli agenti economici, erode il potere d’acquisto della moneta, distorce i meccanismi di allocazione delle risorse, ridistribuisce arbitrariamente ricchezza e reddito e può infine compromettere la stabilità sociale e la fiducia nel sistema economico.
Per inciso – mi preme sottolinearlo particolarmente – va chiarito che l’inflazione non è “solo” un fenomeno da relegare al campo economico ma riflette dinamiche sociali complesse in seno alla conflittualità. Essa deve essere analizzata nella sua natura multiforme con un approccio, direi, olistico ben oltre la “natura” monetaria. Per questo, quando si parla di inflazione, soprattutto alla luce di quanto è accaduto nel periodo pandemico, non si può usare un metro lineare ma è necessario entrare nei dettagli di un fenomeno assai complesso nella sua composizione, abbandonando le vecchie e purtroppo ancora radicate concezioni monetariste[2].
Le banche centrali moderne hanno generalmente un mandato esplicito di mantenimento della stabilità dei prezzi, definita come un tasso di inflazione basso e prevedibile, tipicamente intorno al due per cento annuo. Questo obiettivo costituisce il vincolo operativo fondamentale alla politica monetaria: la banca centrale può espandere la base monetaria finché tale espansione non genera dinamiche inflazionistiche incompatibili con il suo mandato. Quando l’inflazione accelera, la banca centrale è costretta a invertire la rotta, aumentando i tassi di interesse e riducendo la liquidità del sistema.
Il secondo vincolo, strettamente connesso al primo ma concettualmente distinto, riguarda la capacità produttiva dell’economia. La creazione di moneta può stimolare la domanda aggregata ma non può creare dal nulla risorse reali. Se l’economia è già impiegata al massimo delle sue capacità produttive, se la forza lavoro è pienamente occupata, se gli impianti industriali operano al limite della loro capacità, se le infrastrutture sono sature, un’ulteriore espansione della domanda non genera crescita reale ma si scarica interamente sui prezzi. Il vincolo ultimo alla politica monetaria è quindi costituito dalla struttura produttiva dell’economia: dal capitale fisico e umano disponibile, dal livello tecnologico, dall’efficienza organizzativa, dalla qualità delle istituzioni che regolano i mercati.
Questo secondo vincolo evidenzia una verità fondamentale, spesso oscurata nel dibattito pubblico: la vera ricchezza di un Paese non risiede nelle sue riserve monetarie o auree, ma nella sua capacità di produrre beni e servizi, di innovare, di generare valore aggiunto. Una banca centrale può creare tutta la moneta che ritiene opportuno ma non può creare competenze professionali, infrastrutture efficienti, tecnologie avanzate, coesione sociale. Questi elementi appartengono all’economia reale e sono il frutto di processi di accumulazione di lungo periodo, di investimenti pubblici e privati, di politiche industriali e educative, di dinamiche sociali complesse.
Il terzo vincolo è quello della credibilità istituzionale ma è necessario intenderlo in modo più articolato di quanto non faccia la narrazione mainstream. La teoria economica ortodossa sostiene che una banca centrale debba essere “indipendente” dal potere politico per essere credibile e che questa indipendenza sia la garanzia della stabilità monetaria. Tuttavia, questa rappresentazione è più un costrutto ideologico che una verità empirica. La pretesa indipendenza delle banche centrali è in realtà un mito che occulta la natura profondamente politica delle decisioni di politica monetaria.
In tutti i sistemi democratici avanzati, le banche centrali operano dentro un quadro istituzionale definito politicamente. Negli Stati Uniti, ad esempio, è il Congresso che definisce il mandato della Federal Reserve, che può modificarlo in qualsiasi momento mediante legislazione ordinaria e che periodicamente convoca i vertici della Fed per render conto delle loro decisioni. La cosiddetta indipendenza operativa della Fed non significa affatto che essa operi al di fuori del controllo democratico ma semplicemente che il Congresso ha delegato a un’agenzia tecnica l’implementazione quotidiana di obiettivi politicamente definiti. Quando necessario, il potere politico può e interviene: durante la crisi finanziaria del 2008 e durante la pandemia del 2020, le azioni straordinarie della Fed sono state coordinate strettamente con le decisioni del Tesoro e del Congresso, dimostrando che in momenti cruciali la distinzione tra politica fiscale e politica monetaria si dissolve.
Anche nel caso della Banca Centrale Europea, l’indipendenza formale sancita dai trattati non ha impedito che le sue decisioni fossero pesantemente condizionate dalle dinamiche politiche europee e, in particolare, dalle posizioni del governo tedesco. Durante la cd. crisi dei debiti sovrani del 2010-2012, le scelte della BCE di intervenire o meno a sostegno dei Paesi periferici sono state chiaramente influenzate dai rapporti di forza politici all’interno dell’Eurogruppo e dal veto implicito della Germania su operazioni che avrebbero potuto essere interpretate come finanziamento monetario mascherato. Le stesse resistenze tedesche hanno ritardato per anni l’adozione di programmi di acquisto di titoli su larga scala, nonostante l’evidenza macroeconomica ne suggerisse l’urgenza. Persino la famosa dichiarazione di Mario Draghi del luglio 2012 – “whatever it takes” – che segnò una svolta nella gestione della crisi, fu resa possibile solo da un mutamento nei rapporti di forza politici, non da una decisione tecnica autonoma della banca centrale.
Il punto cruciale, quindi, non è se una banca centrale sia formalmente indipendente o meno ma quale sia l’assetto istituzionale in cui essa opera e quali siano gli obiettivi politicamente definiti che le vengono assegnati. La credibilità di una banca centrale non deriva dalla sua presunta neutralità tecnica o dalla sua autonomia dal processo democratico ma dalla chiarezza del suo mandato, dalla trasparenza delle sue operazioni, dalla coerenza delle sue azioni con gli obiettivi dichiarati e, soprattutto, dalla sua capacità di ancorare le aspettative degli operatori economici riguardo alla stabilità futura del sistema.
Una banca centrale che perda questa capacità di ancoraggio delle aspettative, che venga percepita come incapace di controllare l’inflazione o come subordinata a interessi politici di breve periodo in contrasto con il suo mandato dichiarato, subisce conseguenze immediate e devastanti. Gli operatori economici anticipano l’inflazione futura e incorporano queste aspettative nelle loro decisioni di prezzo e di salario, generando una spirale inflazionistica autoalimentata. Gli investitori esteri ritirano i capitali dal Paese, innescando una crisi valutaria. I tassi di interesse di mercato aumentano per compensare il maggior rischio percepito, aggravando il costo del debito pubblico e privato.
Ma è fondamentale comprendere che questa credibilità non ha nulla a che fare con le riserve auree o con la consistenza del patrimonio netto della banca centrale. Essa dipende dalla reputazione dell’istituzione come attore competente e prevedibile, capace di gestire efficacemente gli strumenti a sua disposizione per perseguire obiettivi chiaramente definiti. E questi obiettivi, è bene ribadirlo, non sono dati dalla natura o dalla scienza economica ma sono scelte politiche: la decisione di perseguire un target di inflazione del due per cento anziché del quattro, di privilegiare la stabilità dei prezzi rispetto alla piena occupazione, di intervenire o meno come prestatore di ultima istanza per i debiti sovrani, sono tutte scelte che riflettono visioni politiche ed economiche precise, non verità tecniche neutre e incontrovertibili.
L’illusione dell’oro come vincolo o come garanzia
Alla luce di questa analisi, appare chiaro che l’oro non costituisce né un vincolo operativo alla creazione monetaria né una garanzia della stabilità del sistema. L’idea, diffusa nel senso comune e periodicamente rilanciata nel dibattito politico, secondo cui le riserve auree rappresenterebbero il “collaterale” della moneta in circolazione o il limite ultimo all’espansione monetaria, è semplicemente priva di fondamento teorico ed empirico.
Una banca centrale può creare passività monetarie indipendentemente dalla consistenza delle sue riserve auree. Il rapporto tra oro detenuto e moneta in circolazione è del tutto arbitrario e privo di significato operativo. Non esiste alcun meccanismo automatico che colleghi le due grandezze. La quantità di moneta nell’economia è primariamente creata in modo endogeno dal sistema bancario commerciale attraverso l’erogazione di prestiti, guidata dalla domanda di credito degli operatori economici (famiglie e imprese). A ciò si aggiunge la creazione di moneta derivante dalla spesa pubblica in deficit, che immette direttamente nuova liquidità nell’economia reale senza essere necessariamente preceduta da un’equivalente tassazione o emissione di debito. Le decisioni di politica monetaria della banca centrale influenzano, tramite i tassi di interesse e la regolamentazione, le condizioni alle quali questa moneta endogena viene creata, orientando la liquidità complessiva verso l’obiettivo di stabilità dei prezzi e le condizioni macroeconomiche, non dalla disponibilità di riserve metalliche.
Simmetricamente, l’idea che l’oro costituisca una “garanzia” per i detentori di moneta o per i creditori dello Stato è altrettanto infondata. In un sistema fiat, la moneta non è convertibile in oro. Un cittadino che detiene banconote o depositi bancari non ha alcun diritto di pretendere dalla banca centrale la consegna di oro in cambio della moneta. La garanzia del valore della moneta non risiede nella possibilità di convertirla in metallo prezioso ma nella capacità dello Stato di mantenere la stabilità macroeconomica, di preservare il potere d’acquisto della valuta attraverso una politica monetaria accorta e di garantire il funzionamento ordinato del sistema dei pagamenti.
Questa distinzione può apparire sottile o puramente teorica ma è in realtà carica di implicazioni pratiche e politiche. Attribuire all’oro un ruolo che esso non ha significa distogliere l’attenzione dalle vere determinanti della stabilità monetaria e della credibilità economica. Significa alimentare l’illusione che la sicurezza finanziaria di un Paese dipenda da quante tonnellate di metallo sono custodite nei caveau, anziché dalla solidità della sua economia reale, dalla qualità delle sue istituzioni, dalla competenza della sua classe dirigente, dalla coesione della sua società.
4. La persistenza del mito: perché il discorso pubblico sovrastima sistematicamente il ruolo dell’oro
Giunti a questo punto dell’analisi, emerge una contraddizione evidente. Da un lato, abbiamo stabilito che l’oro non svolge alcuna funzione operativa nella politica monetaria contemporanea, che non costituisce un vincolo tecnico alla creazione di moneta, che non rappresenta il fondamento della credibilità economica di uno Stato. Dall’altro lato, constatiamo empiricamente che l’oro continua ad occupare uno spazio considerevole nel dibattito pubblico, nelle narrazioni politiche, nell’immaginario collettivo. Come si spiega questa persistenza? Perché politici, commentatori e spesso anche economisti continuano a sovrastimare sistematicamente il ruolo delle riserve auree?
La risposta a questa domanda non può essere cercata sul piano dell’analisi economica tecnica, dove abbiamo già dimostrato l’irrilevanza operativa dell’oro. Deve essere cercata altrove: sul piano della psicologia cognitiva, dell’antropologia culturale, della sociologia della conoscenza, della teoria politica. Solo intrecciando questi diversi registri analitici è possibile comprendere la tenacia con cui il mito dell’oro si riproduce, nonostante la sua evidente incongruenza con il funzionamento reale dei sistemi monetari moderni.
La contro-intuitività del sistema fiat e il bisogno di concretezza
Il primo fattore che spiega la persistenza del mito aureo è la profonda contro-intuitività del sistema di moneta fiat. Per la stragrande maggioranza delle persone, l’idea che la moneta non sia “garantita da qualcosa” di tangibile, che possa essere creata mediante semplici annotazioni contabili elettroniche, che il suo valore dipenda essenzialmente dalla fiducia collettiva e dalla stabilità delle istituzioni, appare incomprensibile o addirittura inquietante.
La mente umana è evolutivamente predisposta a ragionare in termini di scarsità fisica e di risorse materiali. Per millenni, il valore economico è stato incarnato in beni tangibili: bestiame, terre, metalli preziosi, derrate alimentari. L’idea che il valore possa essere puramente convenzionale, che possa esistere indipendentemente da qualsiasi supporto materiale, che possa essere creato e distrutto mediante decisioni istituzionali, contrasta con le intuizioni più profonde del senso comune. Il linguaggio stesso tradisce questa difficoltà: continuiamo a parlare di “creare ricchezza”, “produrre valore”, come se si trattasse di operazioni materiali analoghe alla fabbricazione di oggetti fisici, quando in realtà stiamo parlando di relazioni sociali, convenzioni istituzionali, aspettative condivise.
L’oro, al contrario, soddisfa perfettamente il bisogno psicologico di concretezza. È un metallo tangibile, pesante, indistruttibile. Può essere toccato, pesato, immagazzinato. Ha accompagnato la storia umana per millenni, è stato oggetto di desiderio e di culto in tutte le civiltà. Possiede proprietà fisiche uniche: non si corrode, conserva inalterata la sua lucentezza, è sufficientemente raro da essere prezioso ma non così raro da essere inutilizzabile. Questa combinazione di caratteristiche fisiche e di significato culturale stratificato fa dell’oro un archetipo del valore, un simbolo che opera a un livello pre-razionale, quasi viscerale, della psiche umana.
Di fronte all’astrattezza e alla complessità del sistema monetario fiat, l’oro offre un ancoraggio rassicurante. Permette di ricondurre il fenomeno sfuggente della moneta a qualcosa di comprensibile, di familiare, di solido. Non importa che questa operazione mentale sia concettualmente errata: essa risponde a un bisogno psicologico profondo di ridurre l’incertezza e di rendere intelligibile un sistema che altrimenti apparirebbe completamente arbitrario e potenzialmente manipolabile.
L’eredità culturale del gold standard e l’inerzia cognitiva
Il secondo fattore è di natura storica e culturale. Per secoli, effettivamente, il valore della moneta è stato ancorato all’oro o ad altri metalli preziosi. Il gold standard classico, vigente dalla seconda metà dell’Ottocento fino alla Prima Guerra Mondiale e il sistema di Bretton Woods, che ha governato l’economia internazionale dal 1944 al 1971, hanno plasmato profondamente la concezione collettiva della moneta. Generazioni di economisti, politici, imprenditori e cittadini comuni sono stati socializzati in un mondo in cui l’oro costituiva effettivamente il fondamento del sistema monetario.
La transizione alla moneta fiat pura è un fenomeno storico recente, concentrato negli ultimi cinquant’anni. Si tratta di un battito di ciglia nella storia millenaria delle civiltà umane e dei loro sistemi monetari. Non deve stupire, quindi, che le rappresentazioni mentali, le categorie concettuali, il linguaggio stesso con cui parliamo di moneta rechino ancora l’impronta di quel passato. L’inerzia cognitiva è un fenomeno ben documentato nella psicologia sociale: le persone tendono a conservare schemi interpretativi acquisiti anche quando la realtà è cambiata, perché modificare profondamente le proprie categorie mentali richiede uno sforzo intellettuale considerevole e spesso doloroso.
Nel caso della moneta, questa inerzia è amplificata dal fatto che la maggior parte delle persone, inclusi molti politici e commentatori, non ha mai studiato in modo sistematico la teoria monetaria contemporanea. Le loro conoscenze in materia sono spesso derivate dal senso comune, da nozioni approssimative apprese a scuola o lette sui giornali, da analogie fuorvianti con la gestione delle finanze familiari. Quando manca una comprensione teorica rigorosa dei meccanismi monetari moderni, è naturale ricadere su schemi interpretativi più antichi, anche se ormai obsoleti[3].
Il fraintendimento sistemico del debito pubblico e della solvibilità statale
Il terzo fattore che alimenta la sopravvalutazione dell’oro è il diffuso fraintendimento della natura del debito pubblico e della solvibilità statale. Nel discorso pubblico dominante, il debito pubblico viene sistematicamente rappresentato mediante l’analogia con il debito privato e, in particolare, con il debito di una famiglia. Si parla dello Stato che “spende più di quanto guadagna”, che “accumula debiti che i nostri figli dovranno ripagare”, che rischia di “non riuscire a far fronte ai propri impegni”.
Questa analogia, per quanto intuitiva e potente dal punto di vista retorico, è profondamente fuorviante. Uno Stato sovrano che emette debito nella propria valuta non è assimilabile a una famiglia o a un’impresa. Una famiglia non può creare la moneta con cui paga i propri debiti. Un’impresa non può imporre tasse. Uno Stato che controlla la propria moneta non può tecnicamente “rimanere senza soldi” nella propria valuta, perché è l’emittente di quella valuta. Può scegliere politicamente di non monetizzare il proprio debito, può vincolarsi istituzionalmente a rispettare determinati parametri fiscali ma il vincolo è di natura politica e istituzionale, non tecnica.
La solvibilità di uno Stato che emette la propria valuta a corso legale e senza vincoli esterni non dipende dalla consistenza delle sue riserve, auree o di altra natura, né dalla sua capacità fiscale futura. Poiché lo Stato è l’emittente in regime di monopolio della moneta, esso crea la propria valuta al momento della spesa e non può rimanere senza fondi. La tassazione, in questo senso, avviene sempre ex post, “lo stato spende prima, poi incassa” (Cesaratto, 2016), non ha lo scopo primario di finanziare la spesa ma assurge ad altre funzioni: garantire l’accettazione della valuta; attuare politiche sociali e comportamentali, legate alla redistribuzione della ricchezza e per incentivare o disincentivare specifici comportamenti; termometro economico; allocazione delle risorse reali.
Ovviamente, questo nell’eurozona è diverso poiché gli Stati membri sono utilizzatori della moneta e non emittenti, dunque soggetti a vincoli di bilancio.
I limiti alla spesa pubblica non sono finanziari ma sono determinati dalla disponibilità di risorse reali (l’economia reale). Uno Stato con un’economia dinamica, innovativa e competitiva può sostenere livelli di spesa (e debito) molto elevati senza problemi di solvibilità, a patto che vi siano risorse disponibili non pienamente utilizzate e che l’inflazione rimanga sotto controllo. Uno Stato con un’economia stagnante, improduttiva, in declino, può trovarsi in difficoltà anche con livelli di debito modesti.
Quando questa distinzione fondamentale non viene compresa, è naturale cercare altrove le “garanzie” della solvibilità statale. E l’oro, con il suo valore tangibile e la sua aura di solidità, appare come il candidato ideale. Da qui l’idea ricorrente che le riserve auree costituiscano una sorta di “collaterale” del debito pubblico, una rete di sicurezza di ultima istanza, una dimostrazione della capacità dello Stato di far fronte ai propri impegni. È un’idea confortante ma è un’illusione concettuale.
La potenza narrativa dell’oro come strumento di comunicazione politica
Il quarto fattore è di natura squisitamente politica. L’oro possiede un’efficacia comunicativa straordinaria, che lo rende uno strumento ideale per la costruzione di narrazioni politiche. A differenza dei concetti astratti della macroeconomia contemporanea – i meccanismi di trasmissione della politica monetaria, i vincoli di bilancio intertemporali dello Stato, le dinamiche della base monetaria – l’oro è immediatamente comprensibile e visivamente potente.
Per un leader politico, parlare delle “riserve auree nazionali” significa evocare immagini concrete: lingotti d’oro, caveau blindati, tesori custoditi. Significa attivare associazioni mentali potenti: ricchezza, sicurezza, patrimonio ancestrale, eredità da difendere. Significa costruire una narrazione identitaria: “l’oro degli italiani”, “il tesoro della nazione”, “la nostra riserva sovrana”. Questa narrazione funziona indipendentemente dalla sua coerenza economica, perché non opera sul piano della razionalità tecnica ma su quello dell’emozione e dell’identificazione collettiva.
Inoltre, l’oro si presta perfettamente a essere utilizzato in chiave polemica o antagonistica. Può essere brandito contro presunte minacce esterne: “l’Europa vuole mettere le mani sul nostro oro”, “le banche internazionali mirano alle nostre riserve”, “dobbiamo difendere il patrimonio nazionale dagli appetiti stranieri”. Può essere utilizzato per attaccare le élite tecnocratiche: “i banchieri centrali gestiscono ricchezze immense senza controllo democratico”, “il popolo non sa nemmeno dove sia custodito il suo oro”. Può servire a costruire una retorica sovranista: “riappropriamoci delle nostre risorse”, “torniamo padroni in casa nostra”.
Tutte queste strategie retoriche sono estremamente efficaci sul piano della comunicazione politica, anche se completamente scollegate dalla realtà economica. Anzi, potremmo dire che la loro efficacia deriva proprio dalla loro semplicità, dalla loro capacità di ridurre questioni complesse a opposizioni binarie e intuitivamente comprensibili: noi contro loro, il popolo contro le élite, la concretezza dell’oro contro l’astrattezza della finanza, la sovranità nazionale contro i vincoli esterni.
La funzione ideologica del mito aureo: occultare le vere questioni del potere economico
Quest’ultimo punto ci conduce al fattore forse più profondo e più importante, ossia la funzione ideologica che il mito dell’oro svolge nel dibattito pubblico contemporaneo. Parlare ossessivamente dell’oro significa, implicitamente ma inevitabilmente, non parlare di altro. Significa spostare l’attenzione, orientare il discorso pubblico, definire l’agenda del dibattito. E ciò che non viene discusso quando si parla dell’oro sono precisamente le questioni reali, quelle che determinano effettivamente la capacità di uno Stato di perseguire politiche economiche efficaci.
Quando il dibattito si concentra sulla localizzazione fisica delle riserve auree, sulla loro titolarità formale, sulla loro eventuale utilizzabilità, non si discute di produttività del lavoro, di investimenti in ricerca e sviluppo, di qualità del sistema educativo, di efficienza della pubblica amministrazione, di capacità di innovazione del sistema industriale. Non si discute di come aumentare i salari reali, ridurre le disuguaglianze, garantire la piena occupazione, rafforzare il welfare. Non si discute di quali strumenti di politica economica siano effettivamente disponibili per uno Stato membro dell’Eurozona, di quali vincoli istituzionali limitino l’azione dei governi nazionali, di come sia distribuito il potere decisionale in materia economica nell’architettura europea.
In altre parole, il mito dell’oro funziona come un dispositivo di occultamento. Offre una spiegazione semplice e rassicurante della forza o della debolezza economica di un Paese, evitando di affrontare le questioni strutturali complesse e spesso scomode che determinano realmente quella forza o quella debolezza. Permette di costruire narrazioni politiche mobilitanti senza dover proporre programmi economici concreti e tecnicamente fondati. Consente di alimentare l’illusione che esistano soluzioni semplici a problemi complessi, che basterebbe “riappropriarsi dell’oro” o “utilizzare le riserve auree” per risolvere le difficoltà economiche del Paese.
Questa funzione di diversivo è particolarmente utile in contesti politici caratterizzati da bassa capacità di intervento reale. Quando un governo ha margini di manovra ristretti, quando è vincolato da regole sovranazionali stringenti, quando non controlla gli strumenti fondamentali della politica macroeconomica, parlare dell’oro diventa un modo per simulare protagonismo, per dare l’impressione di stare facendo qualcosa di significativo, per soddisfare la domanda dell’elettorato di azione e di cambiamento senza dover affrontare i nodi strutturali che richiederebbero trasformazioni ben più profonde e conflittuali.
5. L’architettura europea e la sovranità disaggregata: anatomia del potere economico nell’Eurozona
L’analisi condotta finora ci ha portato a una conclusione netta: l’oro non costituisce né un vincolo operativo né un fondamento della credibilità economica degli Stati moderni. Tuttavia, questa conclusione, per quanto corretta sul piano tecnico, rischia di rimanere parziale se non viene inserita in un quadro interpretativo più ampio. La questione vera non è se l’oro sia rilevante o meno ma perché continui a essere evocato con tanta insistenza nel dibattito pubblico italiano. E per rispondere a questa domanda, è necessario spostare lo sguardo dall’oro stesso all’architettura istituzionale in cui l’Italia si trova inserita: l’Eurozona.
È infatti nel contesto dell’unione monetaria europea che la retorica dell’oro acquista il suo significato politico più profondo. L’oro diventa il simbolo residuale di una sovranità perduta, l’ultimo brandello di autonomia a cui aggrapparsi retoricamente quando tutti gli altri strumenti di politica economica sono stati sottratti al controllo nazionale. Per comprendere pienamente questo fenomeno, è necessario analizzare come sia effettivamente distribuito il potere economico nell’Eurozona, chi prenda le decisioni che contano e quali margini di azione restino agli Stati membri.
La frammentazione della sovranità monetaria: dall’accentramento alla disaggregazione
Una convinzione diffusa nel dibattito pubblico è che l’euro abbia comportato un semplice “trasferimento” della sovranità monetaria dal livello nazionale al livello europeo, dalla Banca d’Italia alla Banca Centrale Europea. Questa rappresentazione, per quanto intuitiva, è profondamente fuorviante. Ciò che è accaduto con l’introduzione dell’euro non è stato un trasferimento di sovranità ma una sua radicale disgregazione.
Prima dell’euro, in un Paese dotato di sovranità monetaria piena, il potere di determinare la politica economica era concentrato in poche istituzioni nazionali che operavano in modo coordinato: il governo decideva la politica fiscale, la banca centrale gestiva la politica monetaria, le due istituzioni cooperavano, sia pure con gradi diversi di autonomia a seconda dei contesti, per perseguire obiettivi macroeconomici condivisi quali la crescita, l’occupazione, la stabilità dei prezzi. Esisteva un centro decisionale identificabile, responsabile davanti a un elettorato nazionale, dotato degli strumenti necessari per tradurre le scelte politiche in azioni concrete.
Nell’Eurozona, questo centro decisionale è stato fatto esplodere. La sovranità non è stata trasferita integra a un nuovo soggetto sovranazionale ma è stata scomposta in frammenti distribuiti tra attori diversi, con mandati diversi, con legittimazioni diverse, con responsabilità diverse. Il risultato è un sistema policentrico in cui nessun attore controlla pienamente la politica economica ma ciascuno possiede poteri di veto o di condizionamento che limitano drasticamente i margini di azione degli altri.
I cinque nodi del potere economico europeo
Per comprendere questa architettura frammentata, è utile identificare i principali centri di potere e analizzare il ruolo specifico che ciascuno di essi svolge nel determinare le condizioni della politica economica.
Il primo nodo è costituito dalla Banca Centrale Europea. La BCE controlla la politica monetaria unica, determina i tassi di interesse, gestisce la liquidità del sistema bancario, decide gli acquisti di titoli sul mercato. Tuttavia, il suo potere non è quello di indirizzare positivamente l’economia verso obiettivi condivisi ma piuttosto un potere negativo, un potere di interdizione. La BCE può decidere se sostenere o meno un Paese in difficoltà, può aprire o chiudere i rubinetti della liquidità, può determinare il successo o il fallimento di una politica fiscale espansiva attraverso le sue decisioni sui tassi e sugli spread. Ma non decide la politica industriale, non determina gli investimenti pubblici, non persegue direttamente obiettivi di piena occupazione o di sviluppo regionale. Il suo mandato statutario è concentrato sulla stabilità dei prezzi, interpretata in modo restrittivo come obiettivo di inflazione intorno al due per cento.
Questo significa che la BCE opera come un vincolo esterno per i governi nazionali. Quando uno Stato membro vuole attuare politiche espansive, deve preoccuparsi della reazione della BCE. Se la banca centrale giudica quelle politiche incompatibili con la stabilità dei prezzi o potenzialmente inflazionistiche, può reagire restringendo le condizioni monetarie, innalzando i tassi, riducendo gli acquisti di titoli di quello Stato. In casi estremi, come durante la crisi del 2010-2012, può semplicemente permettere che lo spread esploda, mettendo lo Stato di fronte all’alternativa tra la capitolazione o il default.
Il secondo nodo è rappresentato dalla Commissione Europea, che esercita un potere normativo e di sorveglianza sulla politica fiscale degli Stati membri. La Commissione non decide direttamente quanto debba spendere il governo italiano o quale debba essere il suo deficit di bilancio. Ma stabilisce i parametri entro cui quella spesa può muoversi, interpreta le regole del Patto di Stabilità e Crescita, valuta la conformità dei bilanci nazionali ai vincoli europei, può aprire procedure di infrazione e raccomandare sanzioni.
Il potere della Commissione è essenzialmente un potere di definizione del perimetro. Non ti dice cosa fare ma ti dice cosa non puoi fare. Stabilisce i confini dell’azione fiscale possibile. E poiché questi confini sono definiti da regole spesso rigide e arbitrarie – il famoso limite del 3% di deficit sul PIL e del 60% di debito pubblico sul PIL, parametri che non hanno alcun fondamento scientifico solido – il risultato è che gli Stati membri si trovano costretti in spazi di manovra estremamente ristretti, spesso incompatibili con le esigenze di politiche anticicliche o di investimenti strutturali necessari.
Il terzo nodo, meno visibile ma altrettanto influente, è costituito dall’Eurogruppo, l’assemblea informale dei ministri delle finanze dei Paesi dell’Eurozona. L’Eurogruppo non è un organo previsto dai trattati come istituzione a pieno titolo, non ha poteri formali vincolanti, non pubblica verbali dettagliati delle sue riunioni, non è sottoposto a un controllo parlamentare strutturato. Eppure, è in quella sede che vengono prese le decisioni politiche cruciali sulla gestione dell’euro, sui programmi di assistenza finanziaria, sulle condizionalità imposte ai Paesi in difficoltà, sulla linea generale da tenere in materia di coordinamento fiscale.
L’Eurogruppo rappresenta la cabina di regia politica dell’Eurozona, il luogo in cui si esprimono i rapporti di forza tra gli Stati membri, in cui i governi nazionali negoziano e si scontrano. Ma proprio perché è una sede informale, opaca, priva di responsabilità (accountability) democratica diretta, le sue decisioni sfuggono al controllo dei parlamenti nazionali e del Parlamento europeo. È l’incarnazione di una governance tecnocratica e intergovernativa che concentra un potere enorme senza una corrispondente legittimazione democratica.
Il quarto nodo è rappresentato dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che svolge un ruolo costituzionale spesso sottovalutato. Nei conflitti tra diritto europeo e diritto nazionale, la Corte ha stabilito in modo inequivocabile il primato del primo sul secondo. Questo significa che le costituzioni economiche nazionali, le norme che regolano l’intervento pubblico nell’economia, le politiche industriali, le regole sulla concorrenza, sono tutte subordinate all’ordinamento europeo. La Corte funge da custode del mercato unico e dei vincoli monetari, e le sue sentenze hanno ripetutamente limitato la capacità degli Stati di adottare politiche economiche che, pur legittime dal punto di vista delle loro costituzioni nazionali, venivano giudicate incompatibili con le regole europee.
Il quinto nodo, infine, è costituito dai mercati finanziari, che nell’architettura dell’Eurozona svolgono una funzione disciplinante diretta. Poiché gli Stati membri non possono più fare affidamento sulla monetizzazione del debito da parte della propria banca centrale, poiché non esiste una garanzia automatica che la BCE intervenga in loro soccorso in caso di tensioni, i mercati acquisiscono un potere di condizionamento formidabile. Se gli operatori finanziari giudicano insostenibile la traiettoria fiscale di uno Stato, fanno salire lo spread, rendendo più costoso il finanziamento del debito pubblico e innescando dinamiche potenzialmente esplosive.
I mercati diventano così, di fatto, un ulteriore organo di governance, un meccanismo di enforcement delle regole non scritte dell’ortodossia fiscale. Ogni governo sa che se osa troppo, se si discosta eccessivamente dalle aspettative dei mercati, subirà una punizione immediata sotto forma di aumento dei costi di finanziamento. Questo crea un regime di autodisciplina preventiva: i governi rinunciano a priori a politiche che potrebbero essere giudicate “non credibili” dai mercati, anche se quelle politiche sarebbero economicamente razionali e democraticamente legittime.
Il risultato: sovranità formale, impotenza sostanziale
Questa architettura policentrica genera una conseguenza paradossale e profondamente problematica: gli Stati membri dell’Eurozona mantengono una sovranità formale ma perdono la capacità sostanziale di agire. I governi nazionali sono espressione di elezioni democratiche, presentano programmi, promettono politiche, assumono impegni con i loro elettorati. Ma poi scoprono, o fingono di scoprire, che i margini di manovra sono minimi, che gli strumenti fondamentali della politica economica non sono nelle loro mani, che ogni tentativo di deviare dall’ortodossia viene immediatamente sanzionato.
Non possono espandere la spesa pubblica oltre limiti ristretti senza scontrarsi con la Commissione. Non possono fare affidamento sul sostegno della banca centrale se i mercati si rivoltano contro di loro. Non possono adottare politiche industriali aggressive senza violare le regole sulla concorrenza. Non possono perseguire la piena occupazione se questo richiede deficit fiscali giudicati eccessivi. Non possono svalutare per recuperare competitività. Non possono imporre controlli sui movimenti di capitale senza violare i trattati e così via.
Il risultato è un regime che potremmo definire di democrazia formale dentro un ordine economico post-democratico. Le istituzioni democratiche continuano a funzionare, si tengono elezioni regolari, i parlamenti votano leggi, i governi si alternano. Ma le decisioni cruciali che determinano le condizioni materiali di vita dei cittadini – il livello di occupazione, la dinamica dei salari, la qualità dei servizi pubblici, la distribuzione del reddito – sono determinate altrove, in sedi non elettive, secondo logiche tecnocratiche o di mercato, al riparo dal conflitto democratico.
Questa è la vera perdita di sovranità che l’Italia e gli altri Paesi periferici dell’Eurozona hanno subito. Non la perdita simbolica dell’oro, non la perdita formale della propria valuta nazionale ma la perdita sostanziale della capacità di determinare autonomamente le proprie politiche economiche. Ed è precisamente questa perdita reale che il discorso pubblico sull’oro serve a occultare, offrendo al suo posto una rappresentazione simbolica e consolatoria della sovranità.
6. Conclusioni: democrazia, sovranità e potere economico nell’era post-sovrana
Giunti al termine di questo percorso analitico, è possibile ora ricomporre i diversi fili dell’argomentazione e delineare una risposta complessiva alla domanda da cui eravamo partiti: perché nel 2025 si torna a parlare con tanta insistenza delle riserve auree italiane? E quale significato assume questa discussione nel contesto più ampio della politica economica europea?
Oltre l’oro: la vera posta in gioco
L’analisi condotta ci ha permesso di stabilire con chiarezza che l’oro non svolge alcun ruolo operativo rilevante nella gestione della politica monetaria contemporanea. Le riserve auree della Banca d’Italia costituiscono un asset patrimoniale di rilievo, generano effetti di rivalutazione significativi sul bilancio, possono fungere da cuscinetto in situazioni di stress finanziario estremo ma non determinano l’offerta di moneta, non vincolano tecnicamente le scelte di politica monetaria, non costituiscono il fondamento della credibilità economica del Paese.
Abbiamo inoltre dimostrato che la credibilità finanziaria di uno Stato moderno deriva dalla solidità della sua economia reale – dalla produttività, dall’innovazione, dalla qualità delle istituzioni, dalla coesione sociale – non dalla consistenza delle sue riserve metalliche. Paesi con riserve auree minime godono di una credibilità eccellente, mentre Paesi con riserve significative possono trovarsi in grave difficoltà se la loro economia è strutturalmente debole.
Abbiamo poi analizzato perché, nonostante queste evidenze, il mito dell’oro continui a riprodursi nel discorso pubblico. La persistenza di questo mito risponde a esigenze psicologiche profonde, si radica in eredità culturali stratificate, sfrutta la difficoltà di comprendere i meccanismi contro-intuitivi della moneta fiat e viene strumentalizzato politicamente per costruire narrazioni identitarie ed antagonistiche potenti sul piano comunicativo anche se prive di fondamento economico.
Ma soprattutto, abbiamo evidenziato come il discorso sull’oro svolga una funzione ideologica cruciale: quella di occultare le vere questioni del potere economico nell’Eurozona. Concentrando l’attenzione su un simbolo marginale, si evita di affrontare le questioni sostanziali: chi detiene effettivamente il potere di determinare le condizioni della politica economica? Quali margini di azione restano a uno Stato membro? Che cosa significa concretamente sovranità in un’unione monetaria priva di unione fiscale e politica? La risposta a queste domande, però, è rinviata ad una prossima occasione.
Sta di fatto che l’oro continuerà probabilmente a occupare spazio nel dibattito pubblico italiano ed europeo, perché risponde a bisogni psicologici e politici profondi. Ma comprendere che si tratta solo di un simbolo, non di una risorsa economica operativa, è il primo passo per liberare lo spazio discorsivo necessario a discutere delle questioni che davvero contano. La vera ricchezza di un Paese non sta nei caveau della sua banca centrale, ma nella capacità produttiva della sua economia, nella qualità delle sue istituzioni e nella coesione della sua società.
La vera sovranità non consiste nel possedere lingotti ma nella capacità collettiva di determinare democraticamente le condizioni della propria esistenza materiale e sociale.
È questa consapevolezza che manca drammaticamente nel dibattito pubblico contemporaneo. Ed è questa consapevolezza che un’analisi rigorosa, come quella tentata in queste pagine, può contribuire a costruire.
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Bibliografia essenziale
Documenti ufficiali e fonti primarie
Banca d’Italia (2025), Bilancio di esercizio 2024, presentato all’Assemblea ordinaria dei Partecipanti, Roma, 31 marzo 2025.
Banca Centrale Europea (2024), Statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea, versione consolidata.
Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), artt. 123-133 (Politica monetaria) e art. 127 (Obiettivi del SEBC).
Teoria monetaria e sistema monetario internazionale
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L’architettura dell’Eurozona e la sovranità monetaria
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Ordoliberalismo e costituzione economica europea
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Democrazia, sovranità e potere economico
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[1] Il termine “fiat” deriva dal latino e significa “sia fatto” o “che sia”. Nel contesto della moneta fiat, questo termine è stato adottato per sottolineare che il valore della moneta non è basato su alcun supporto fisico intrinseco, come l’oro o l’argento, ma è stabilito e accettato sulla base di un decreto o di una decisione di un’autorità governativa o monetaria.
[2] Si legga l’ottimo libro di F. Saraceno “Oltre le banche centrali”(2023).
[3] Si vedano, sulla natura della moneta, i lavori di Grierson, Ingham, Lawson, Graeber.