di A. Scorrano
So che con questo scritto mi farò molti “nemici” anche tra gli amici. Cerco solo, attraverso il mio pensiero attuale, di interpretare il momento storico. Prima, però, un breve preambolo per comprendere come il fenomeno di cui si tratta, sia il sintomo di una crisi profonda.
L’astensionismo elettorale in Italia ha raggiunto, negli ultimi anni, proporzioni davvero impressionanti che non possono più essere ignorate o liquidate con facili e superficiali spiegazioni. Basta consultare l’archivio dei dati forniti dal Ministero dell’Interno per rendersi visibilmente conto del trend discendente. Alle elezioni politiche del 2022, l’affluenza alle urne si è attestata al 63,9%, segnando il minimo storico per le elezioni parlamentari della Repubblica italiana. Un dato ancora più significativo emerge osservando le elezioni europee del 2024, dove la partecipazione è scesa al 48,3%, lasciando più della metà degli elettori italiani lontana dalle urne. Questi numeri assumono un significato ancora più drammatico se confrontati con le percentuali di partecipazione degli anni Settanta e Ottanta, quando l’affluenza superava stabilmente il novanta per cento, testimoniando un legame tra cittadini e istituzioni rappresentative oggi largamente dissolto.

Ma cosa ci dicono questi numeri? La lettura dominante di questo fenomeno tende a ricondurlo a diversi fattori come una generica apatia politica, un disinteresse della popolazione per la cosa pubblica, una sorta di individualismo consumistico che avrebbe eroso il senso civico delle generazioni precedenti e così via. Si tratta, tuttavia, di un’interpretazione semplicistica che non coglie la complessità delle ragioni che spingono milioni di cittadini a disertare le urne.
Passiamo ora all’analisi. Dietro l’astensionismo si nasconde non soltanto indifferenza ma spesso una rabbia profonda, una disillusione maturata attraverso decenni di promesse tradite, di aspettative deluse, di politiche che hanno sistematicamente favorito ristrette élite a discapito della maggioranza della popolazione e, direi, principalmente della classe lavoratrice le cui istanze si sono col tempo sgretolate. L’assenza dal voto, dunque, non è da intendersi come una mera rinuncia alla politica, quanto piuttosto un atto di sfiducia nei confronti di una classe dirigente percepita come distante, autoreferenziale e sostanzialmente intercambiabile nelle sue diverse incarnazioni partitiche (le cc.dd. “maschere di carattere” in senso marxiano).
Questa crisi di legittimità delle istituzioni rappresentative non può essere compresa senza interrogarsi sulle trasformazioni strutturali che hanno investito il sistema politico italiano ed europeo negli ultimi decenni. Occorre chiedersi se dietro i numeri dell’astensionismo non si celi una questione ben più radicale, che riguarda la sostanza stessa della democrazia rappresentativa nelle condizioni del capitalismo contemporaneo e la reale capacità del voto di incidere sulle scelte che determinano le condizioni di vita di milioni di persone.
È a partire da questa domanda che occorre sviluppare una riflessione critica sul significato e sul valore dell’atto elettorale nella situazione attuale, andando oltre tanto le retoriche celebrative quanto le spiegazioni riduttive, per interrogarsi, invece, sulle ragioni profonde che rendono oggi il voto uno strumento sempre meno efficace di trasformazione sociale e politica. Una riflessione che non può prescindere dal riconoscimento di una verità scomoda ma necessaria: il panorama politico contemporaneo si caratterizza per una sostanziale omologazione ideologica che attraversa trasversalmente l’intero spettro delle forze partitiche, rendendo illusoria la possibilità di un reale cambiamento attraverso i meccanismi elettorali tradizionali.
La tradizionale distinzione tra destra, centro e sinistra appare sempre più come una classificazione formale, priva di reale corrispondenza con differenze programmatiche significative. In quest’ottica, particolarmente evidente risulta la scomparsa di quella tradizione di pensiero che affonda le proprie radici nell’elaborazione teorica di Marx, Engels e Gramsci e che aveva costituito per decenni il fondamento critico della sinistra europea. Al suo posto si è affermato un pensiero unico neoliberista che ha colonizzato l’immaginario politico in modo pressoché totale, imponendo come naturale e inevitabile una determinata visione delle politiche economiche fondata, sostanzialmente, sui principi della teoria neoclassica.
Questa egemonia culturale del neoliberismo si manifesta nell’adesione acritica a paradigmi economici che subordinano ogni dimensione della vita sociale alle logiche di mercato, riducendo lo spazio della politica a mera gestione tecnica dell’esistente. Le politiche di austerità, la precarizzazione del lavoro, lo smantellamento progressivo dello stato sociale vengono presentate non come scelte politiche determinate da specifici interessi di classe, ma come necessità tecniche imposte da vincoli oggettivi e inderogabili. In questo contesto, il voto si trasforma in un rito formale che ratifica periodicamente un consenso già dato, senza che alle diverse opzioni elettorali corrispondano effettive alternative di politica economica e sociale.
Neppure i cosiddetti partiti dello “zero virgola”, quelle formazioni minori che pretenderebbero di rappresentare una rottura con il sistema, offrono prospettive realmente innovative. Un’analisi anche superficiale dei loro programmi e dei loro esponenti rivela infatti una sostanziale povertà progettuale, spesso mascherata da un linguaggio radicale ma priva di una reale comprensione delle dinamiche strutturali che governano l’economia e la società contemporanee. Il particolarismo delle loro proposte, la tendenza a identificare nel nemico di turno la causa di tutti i mali senza affrontare le contraddizioni sistemiche del capitalismo contemporaneo, la superficialità con cui vengono trattate questioni complesse che richiederebbero invece un’elaborazione teorica rigorosa, fanno di queste formazioni non già un’alternativa credibile ma piuttosto l’ennesima manifestazione della crisi profonda che attraversa il pensiero politico.
La situazione italiana presenta inoltre specificità che rendono ancora più problematica la possibilità di un cambiamento attraverso i meccanismi elettorali tradizionali. A livello nazionale, vi è indubbiamente una palese e pesante limitazione della, così tanto vituperata, sovranità politica a causa dell’appartenenza all’Unione Europea e dai vincoli che questa impone in termini di politiche fiscali e monetarie. Il framework giuridico europeo, con il suo assetto rigido, con le clausole annesse che costituzionalizzano determinate scelte di politica economica, circoscrivono drasticamente il margine di manovra dei governi nazionali, rendendo sostanzialmente irrilevante il colore politico della maggioranza parlamentare. A ciò si aggiunge la subordinazione strutturale agli interessi statunitensi, che si manifesta tanto sul piano geopolitico quanto su quello economico, vincolando ulteriormente la capacità di autodeterminazione del paese.
Sul piano locale e regionale, poi, la situazione non appare meno sconfortante. Le amministrazioni territoriali, dai Comuni alle Regioni, risultano spesso dominate da logiche clientelari, da interessi particolaristici, da una concezione della politica come mera spartizione di poltrone e risorse. La competizione elettorale si riduce frequentemente a scontri tra cordate personali prive di qualsiasi visione strategica, mentre non è raro che dinamiche illegali, dall’infiltrazione della criminalità organizzata alla corruzione sistemica, influenzino pesantemente tanto le scelte degli amministratori quanto i comportamenti degli elettori. In questo contesto, parlare di democrazia rappresentativa risulta quasi un eufemismo.
Di fronte a questo quadro desolante, la tentazione dell’astensionismo appare comprensibile, pur non rappresentando di per sé una soluzione. Quello che qui si propone non è infatti un ritiro nel privato o una rinuncia alla dimensione politica dell’esistenza ma, piuttosto, il riconoscimento della necessità di intraprendere un percorso più lungo e complesso, che non può essere ridotto alla mera partecipazione elettorale. Si tratta di comprendere che prima di poter aspirare a un reale cambiamento delle condizioni materiali e delle strutture di potere, occorre ricostruire dalle fondamenta una coscienza critica collettiva che appare oggi largamente smarrita.
Questo processo di ricostruzione deve necessariamente passare attraverso lo studio rigoroso, la formazione teorica, l’analisi approfondita delle dinamiche sociali, politiche, culturali ed economiche che caratterizzano il capitalismo contemporaneo. Perché, alla fine, di questo si tratta!
Occorre, insomma, riappropriarsi degli strumenti concettuali necessari per comprendere i meccanismi di produzione e riproduzione della disuguaglianza, per decifrare le forme sempre più sofisticate attraverso cui si esercita il dominio di classe, per individuare le contraddizioni del sistema e i possibili spazi di intervento trasformativo. Attenzione, che sia ben chiaro, non si tratta di un’operazione meramente intellettuale o accademica, ma di processo finalizzato a costruire una capacità di lettura critica della realtà che possa tradursi in pratiche politiche efficaci.
Parallelamente, risulta fondamentale lavorare alla ricomposizione di ciò che il neoliberismo ha frammentato, a partire dal mondo del lavoro. La precarizzazione, l’individualizzazione dei rapporti contrattuali, la moltiplicazione delle forme giuridiche del lavoro hanno prodotto una frammentazione del corpo sociale dei lavoratori che rende estremamente difficile l’organizzazione collettiva e la costruzione di solidarietà di classe. In questo senso, emerge l’urgenza di nuove forme di organizzazione sindacale capaci di rappresentare e aggregare i lavoratori nelle condizioni del capitalismo contemporaneo, superando i limiti delle strutture tradizionali spesso sclerotizzate e distanti dalle concrete condizioni di vita e di lavoro di ampie fasce della popolazione. Tranne qualche piccola e rara eccezione.
Questa operazione di ricostruzione di una coscienza collettiva e di nuove forme organizzative non può che essere un processo di lungo periodo. Non esistono scorciatoie o soluzioni immediate a problemi che sono il risultato di decenni di smantellamento delle conquiste del movimento operaio e di colonizzazione dell’immaginario da parte dell’ideologia neoliberista. Si tratta di un lavoro che richiederà generazioni, che dovrà affrontare ostacoli formidabili e che non offre garanzie di successo. Tuttavia, questa consapevolezza della complessità e della durata del processo necessario non deve tradursi in rassegnazione o in paralisi dell’azione. Al contrario, deve orientare verso forme di impegno politico più radicali e più autentiche di quanto non sia la mera partecipazione a rituali elettorali svuotati di significato.
L’ateismo politico di cui si parla in queste riflessioni non è dunque negazione della politica, ma un netto rifiuto di una sua concezione riduttiva che la identifica con i meccanismi istituzionali esistenti. È riconoscimento del fatto che la vera politica, quella capace di incidere sulle strutture profonde della società, si fa altrove e diversamente. Si fa nello studio e nella formazione, nella costruzione di reti di solidarietà e di mutuo appoggio, nell’organizzazione collettiva nei luoghi di lavoro e nei territori, nell’elaborazione di un pensiero critico che sappia interrogare le evidenze del presente e immaginare alternative possibili.
Solo attraverso questo paziente lavoro di ricostruzione potrà forse emergere, in un futuro che oggi appare ancora lontano, la possibilità di un reale cambiamento che non sia mera rotazione delle élite al potere ma effettiva trasformazione dei rapporti sociali e delle strutture economiche.
Queste considerazioni non intendono tuttavia tradursi in un imperativo categorico all’astensione, né pretendono di imporre una scelta univoca a chi continua a ritenere il voto uno strumento utile o necessario. Ciascuno deve poter valutare autonomamente, sulla base delle proprie convinzioni e della propria analisi della situazione concreta, se e quando recarsi alle urne. Quello che qui si vuole mettere in discussione non è la legittimità della scelta individuale di votare ma, invece, l’illusione che attraverso il voto, nelle condizioni attuali, si possa determinare un cambiamento sostanziale delle politiche economiche e sociali.
Particolarmente problematica risulta in questo senso la logica del “male minore”, quella narrazione che invita a votare non per convinzione o adesione a un progetto politico ma semplicemente per evitare l’avvento di un’alternativa ritenuta peggiore. Questa logica, apparentemente pragmatica e realistica, nasconde in realtà una trappola concettuale e politica di notevole portata. Il cosiddetto male minore resta infatti comunque un male, perfettamente inquadrato nelle medesime logiche e dinamiche sistemiche fin qui esaminate. La differenza tra le varie opzioni politiche disponibili non riguarda la sostanza delle politiche economiche, la natura dei rapporti sociali di produzione, l’orientamento strategico in politica estera ma, al massimo, sfumature nell’intensità con cui vengono perseguite determinate linee già definite entro margini estremamente ristretti. Il male minore è semplicemente un male dotato di minor capacità operativa ma non per questo meno funzionale al mantenimento dell’ordine esistente.
Inoltre, la logica del male minore produce un effetto di progressivo spostamento verso destra dell’intero spettro politico. Accettando di votare ripetutamente per opzioni che non corrispondono alle proprie convinzioni, semplicemente perché rappresenterebbero un male minore rispetto all’alternativa, si finisce per legittimare e normalizzare posizioni che in altri contesti sarebbero state considerate inaccettabili. Si determina così una spirale in cui ciò che ieri era il male minore diventa oggi il male maggiore, mentre nuove opzioni ancora più arretrate si candidano come male minore da sostenere. Questo meccanismo ha contribuito in modo decisivo all’erosione di qualsiasi prospettiva autenticamente progressista nel panorama politico contemporaneo.
La questione non è dunque quella di non votare mai più per principio, piuttosto di comprendere che il momento storico attuale non è quello dell’intervento decisivo, della scelta elettorale che può determinare una svolta. Siamo, tuttavia, in una fase che potremmo definire di resistenza attiva, un periodo in cui occorre preparare le condizioni per quella che potrà essere, in un futuro che oggi non possiamo determinare con precisione, una chiamata della storia. Quando le contraddizioni del sistema capitalista produrranno lacerazioni sufficientemente profonde, quando emergeranno spazi di reale conflitto e possibilità di trasformazione, quando si materializzeranno condizioni oggettive e soggettive favorevoli al cambiamento, sarà necessario essere pronti. E questa preparazione non può avvenire attraverso la ripetizione meccanica del rito elettorale, bensì richiede un lavoro ben più profondo e impegnativo.
La resistenza attiva di cui si parla non ha nulla a che vedere con l’attesa passiva o con il ritiro nell’impotenza; si tratta di un impegno costante e faticoso volto alla costruzione di quegli strumenti teorici e organizzativi che potranno rivelarsi decisivi quando le circostanze storiche lo richiederanno. Significa, come già detto, dedicarsi allo studio rigoroso delle dinamiche economiche e sociali, all’analisi critica dei rapporti di forza, alla comprensione dei meccanismi attraverso cui si riproduce il dominio di classe. Significa lavorare alla formazione di quadri capaci di leggere la complessità del presente e di elaborare strategie efficaci di intervento. Significa costruire reti di solidarietà, forme di organizzazione collettiva, pratiche di mutuo appoggio che possano costituire il tessuto connettivo di un movimento trasformativo futuro.
Questa fase di resistenza attiva è necessariamente una fase di minoranza, in cui non si può aspirare a conquistare il consenso maggioritario o a determinare gli orientamenti politici dominanti. È un periodo in cui occorre accettare la marginalità senza rinunciare per questo alla radicalità dell’analisi e della proposta. È un tempo in cui la misura del successo non può essere il numero dei voti ottenuti o la capacità di influenzare le decisioni governative, ma dipende dalla capacità di mantenere viva una tradizione critica, di preservare e sviluppare strumenti concettuali adeguati alla comprensione del presente, di costruire forme organizzative che possano sopravvivere all’aridità del contesto attuale.
Quando la storia chiamerà, e lo farà inevitabilmente perché le contraddizioni del capitalismo contemporaneo non possono essere risolte entro il quadro esistente ma solo temporaneamente differite e spostate, sarà fondamentale che esistano soggetti politici preparati, dotati di una chiara comprensione dei processi in corso e di una capacità organizzativa adeguata. L’alternativa è quella di trovarsi impreparati di fronte alle crisi, incapaci di fornire risposte efficaci, condannati a subire gli eventi anziché orientarli. La storia del Novecento ci ha insegnato che le occasioni rivoluzionarie, quando si presentano, richiedono una preparazione di lungo periodo e che l’improvvisazione conduce inevitabilmente al fallimento o, peggio ancora, a esiti regressivi.
In conclusione, la questione non è votare o non votare in astratto, ma comprendere che in questa fase storica l’energia politica, l’impegno intellettuale e le risorse organizzative devono essere indirizzate altrove. Chi ritiene comunque di dover partecipare alle competizioni elettorali per le proprie ragioni lo faccia pure, essendo però ben consci che questo non costituisce la forma principale dell’agire politico trasformativo.
Il compito principale resta quello di costruire, con pazienza e rigore, le premesse di un futuro cambiamento che oggi appare ancora lontano ma che, proprio per questo, richiede fin da ora, senza esitare, un lavoro serio e profondo di preparazione teorica e organizzativa.
E, come dice un mio caro amico…. “estote parati”.