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L’insostenibile leggerezza dell’ortodossia economia

di A. Scorrano

Si ritorna a scuola (di economia). E’ tempo di ripassare le basi teorico-concettuali che, evidentemente, seppur banali sono da rimarcare perché la “musica” non cambia al cambiar dei governi (purtroppo).

Lo spunto è dato da questo articolo https://www.ilsole24ore.com/art/deficit-giorgetti-e-possibile-portarlo-sotto-3percento-pil-quest-anno-AHHqINkC in cui troviamo un esempio paradigmatico di quella che si potrebbe definire come il “totalitarismo del pensiero unico neoliberista”, che si manifesta attraverso l’adozione simultanea di tutti i capisaldi dell’ortodossia economica mainstream. L’analisi delle sue affermazioni rivela infatti una perfetta aderenza al framework teorico neoclassico, che privilegia sistematicamente gli strumenti di politica monetaria rispetto a quelli di politica fiscale e subordina quest’ultima a vincoli di bilancio concepiti in termini meramente contabili.

Il predominio accordato alla politica monetaria: il feticismo dei tassi di interesse

La richiesta esplicita di Giorgetti di un “taglio dei tassi di interesse da parte della BCE”, accompagnata dalla discussione con la presidente Lagarde durante l’Eurogruppo, rappresenta l’ennesima manifestazione della fiducia cieca riposta dagli economisti ortodossi negli strumenti di politica monetaria. Questa posizione si inscrive perfettamente nella tradizione monetarista friedmaniana e nella sua evoluzione attraverso il New Keynesian Consensus, secondo cui la politica monetaria costituirebbe lo strumento principe per la stabilizzazione macroeconomica.

Dal punto di vista postkeynesiano, tale approccio rivela una fondamentale incomprensione dei meccanismi di trasmissione monetaria in economie caratterizzate da incertezza radicale e preferenza per la liquidità. Come ci ricorda Keynes, attraverso la sua Teoria Generale, e come successivamente sviluppato da altri autori tra cui Hyman Minsky e più recentemente da Steve Keen, l’efficacia della politica monetaria è intrinsecamente limitata dalla sua incapacità di influenzare direttamente la domanda aggregata quando gli animal spirits degli investitori sono depressi. La riduzione dei tassi di interesse può al massimo facilitare l’accesso al credito ma non può forzare né le imprese a investire né i consumatori a spendere in presenza di aspettative pessimistiche sul futuro.

Inoltre, l’enfasi posta sui tassi di interesse ignora completamente la natura endogena della moneta nelle economie moderne, dove le banche commerciali creano depositi attraverso l’erogazione di prestiti, rendendo la politica monetaria largamente inefficace nel controllo diretto dell’offerta di moneta. La preoccupazione espressa dal ministro riguardo al “rafforzamento dell’euro sul dollaro” che costituirebbe “un dazio per gli esportatori” rivela altresì un’adesione acritica al paradigma mercantilista, che privilegia la competitività esterna attraverso la svalutazione competitiva piuttosto che attraverso investimenti produttivi finanziati dalla spesa pubblica.

L’ortodossia fiscale: il “sentiero di sicurezza” come camicia di forza

L’affermazione secondo cui “il taglio delle tasse lo chiedono tutti, se fosse per me abolirei le tasse, però non si può fare: il bilancio è fatto di entrate e uscite” e la necessità di mantenere “il sentiero (dei conti pubblici) in sicurezza” costituisce forse l’aspetto più problematico della posizione ministeriale, in quanto rivela una concezione del bilancio statale mutuata dalla contabilità aziendale o domestica. Questa visione, che la teoria postkeynesiana identifica come “fallacia della composizione”, ignora completamente la specificità macroeconomica dello Stato in quanto emittente sovrano di moneta (cd. fiat), almeno in condizioni “normali”.
La metafora del “sentiero di sicurezza” tradisce un’adesione integrale alla dottrina dell’equivalenza ricardiana e alla teoria del crowding-out, secondo cui la spesa pubblica finanziata in deficit spiazzerebbe necessariamente gli investimenti privati. Tale approccio misconosce radicalmente il principio keynesiano secondo cui, in condizioni di sottoccupazione delle risorse, la spesa pubblica genera un effetto moltiplicatore che espande il reddito nazionale complessivo, aumentando così la base imponibile e, paradossalmente, migliorando i conti pubblici attraverso il denominatore del rapporto deficit/PIL.

La priorità accordata alla “chiusura della procedura per deficit eccessivo” rispetto agli obiettivi di piena occupazione e stabilità sociale rappresenta l’emblema di quella che Wynne Godley definiva come “contabilità del terrore”, dove indicatori contabili privi di significato economico sostanziale vengono elevati a totem inviolabili. L’ossessione per il raggiungimento del deficit “sotto il 3% del PIL” entro il 2025, descritta come “opportunità storica” che “penso debba essere colta”, dimostra come la classe dirigente italiana abbia completamente interiorizzato i parametri di Maastricht, nonostante questi ultimi siano stati riconosciuti persino dai loro ideatori come arbitrari e privi di fondamento scientifico.

La falsa dicotomia tra sicurezza fiscale e intervento pubblico

L’approccio utilizzato (così come descritto nell’articolo) materializza perfettamente quella che la scuola postkeynesiana identifica come la “falsa scarsità fiscale”, secondo cui lo Stato dovrebbe comportarsi come un’impresa privata, bilanciando meccanicamente entrate e uscite. Questa concezione ignora il fatto che, in un sistema monetario moderno, lo Stato non è finanziariamente vincolato nel senso tradizionale del termine, ma è semmai limitato dalle risorse reali disponibili nell’economia.

La preferenza accordata ai “tagli fiscali” rispetto alla spesa pubblica diretta rivela inoltre un’adesione acritica alla supply-side economics di reaganiana memoria, secondo cui la riduzione della pressione fiscale genererebbe automaticamente crescita economica attraverso l’incentivazione dell’offerta. Tale approccio misconosce il ruolo fondamentale della domanda aggregata nel determinare il livello di attività economica e ignora il fatto che, in presenza di capacità produttiva inutilizzata, sono gli investimenti pubblici diretti in infrastrutture, R&S (ricerca e sviluppo) e servizi pubblici a generare l’effetto moltiplicatore più efficace.

La dichiarata volontà di procedere “con il sentiero in sicurezza” configura quindi una strategia economica che, lungi dal garantire stabilità, rischia di perpetuare la stagnazione secolare attraverso l’imposizione di vincoli fiscali artificiali che impediscono allo Stato di svolgere la sua funzione anticiclica. Tale approccio rappresenta l’antitesi della functional finance postkeynesiana (teorizzata da Abba Lerner)[1], che subordina la politica fiscale agli obiettivi reali di piena occupazione e stabilità dei prezzi, utilizzando il bilancio pubblico come strumento di stabilizzazione automatica dell’economia.

In definitiva, la posizione espressa nell’articolo in questione costituisce un compendium delle ricette economiche ortodosse che hanno caratterizzato le politiche di austerità dell’ultimo quindicennio, dimostrando come la classe dirigente italiana rimanga prigioniera di un paradigma teorico che la stessa evidenza empirica ha sistematicamente confutato.​​​​​​​​​​​​​​​​

[1] Cfr. https://www.levyinstitute.org/pubs/conf_june10/Tcherneva2.pdf

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