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di Aldo Scorrano

“Moltissime persone in tutta Europa si sono improvvisamente accorte di non sapere praticamente nulla del Trattato di Maastricht proprio nel momento in cui sono divenute consapevoli del fatto che esso potrebbe causare enormi cambiamenti nelle loro vite.”
(Wynne Godley, Maastricht and All That, 1992)

Dichiarazione d’intenti

Questo scritto ha la manifesta pretesa di mostrarsi come “eretico”, poiché le analisi e le proposte di seguito riportate rappresentano un vero e proprio momento di rottura rispetto alla narrativa propinata dalla corrente di pensiero principale (il cd. pensiero unico mainstream), costituita oltre che da un’intera classe politica anche dagli “addetti ai lavori”, ossia tutta quella schiera di tecnici, economisti e accademici che da decenni egemonizzano, in particolare, il mondo della cultura economica. L’aspetto “eretico” di questo documento, in realtà, è tuttavia solo apparente per chi da anni ha intrapreso un percorso di ricerca e di studi, nel campo specifico (quello macreconomico), che definisco ‘eterodosso’ proprio perché in antitesi rispetto al tradizionale iter formativo.
A parere di chi scrive è assolutamente fondamentale avere piena consapevolezza della situazione in atto, perché da questa presa di coscienza dipende sia una buona gestione della cosa pubblica (dal lato dell’amministrazione comunale) sia la possibilità, da parte del cittadino, di pretendere dalla classe politica, in particolare locale, una gestione corretta, trasparente ed efficace della “macchina amministrativa” affinché l’azione politica sia improntata all’esclusivo interesse della comunità. Pertanto, stando così le cose, se davvero si vuole cambiare l’odierno paradigma, è inconcepibile pensare di non partire da quest’analisi della realtà dei fatti.

Ai Comuni servirebbe una "rivoluzione copernicana" che, sia chiaro si da subito, deve passare necessariamente dall’alto, cioè dalla volontà politica del Governo di “rompere” questo circolo vizioso giuridico che, ricordo, discende direttamente dall'adesione ai trattati europei, avendo adottato ed implementato norme completamente illogiche dal punto di vista economico e contabile. I Comuni negli anni sono stati parificati de facto ad "aziende private" (si veda la legge sul federalismo fiscale ad esempio, D.L.gs. n. 23 del 2011, attuativo della L. n. 42/2009), trasformando i Sindaci in meri esattori delle tasse che, purtroppo, oggi non hanno quasi nessuno strumento per operare in modo anticiclico a favore della popolazione locale e del territorio, soprattutto in periodi di crisi, se non ricorrendo a “risorse” non proprie come
- ai fondi comunitari, che alla fine sono sempre soldi dei contribuenti che lo Stato versa all'UE attraverso alcune imposte (tra l'altro l'Italia versa più di quanto riceve);
- al “Fondo di solidarietà comunale”;
- alle banche, facendo prestiti o mutui;
- all’alienazione di beni pubblici ai privati svendendo il patrimonio di un paese;
- dulcis in fundo, ai soldi dei cittadini attraverso il gettito fiscale.

In questo senso i Sindaci, tutti, sono “soggettivamente” esenti da colpe che “oggettivamente” dipendono da fattori esterni alle amministrazioni locali, in primis la legislazione europea e in secundis dalle legislazioni nazionali che i vari Governi, nel corso delle legislature, hanno implementato nell'ordinamento giuridico italiano. E’ inteso che, per quanto attiene alla singola conduzione della gestione ordinaria dell’Ente, ogni amministratore è responsabile delle proprie azioni; ma qui parlo di altro.

Lo scopo, pertanto, di questo documento è quello di mettere in chiaro, senza la pretesa di essere esaustivi, come stanno davvero le cose sotto il profilo giuridico, contabile ed economico, partendo da un breve excursus storico per ricondurre il tutto ad un un più ampio quadro d’insieme.

Le autonomie locali ed il loro riconoscimento costituzionale

Risale alla metà del secolo diciannovesimo la prima legge comunale e provinciale dell'Italia unita (L. 2248/1865) in cui due figure emergono come protagoniste della vita politica ed amministrativa locale: il Prefetto ed il Sindaco. Dobbiamo, però, spostarci più in la nel tempo affinchè possa vedere la luce la struttura organizzativa del Comune così come la conosciamo oggi, cioè fondata su tre organi di fondamentale importanza, ossia il Consiglio, la Giunta e il Sindaco.
Durante il periodo fascista vi fu una forte involuzione rispetto al passato, in cui le autonomie locali risentirono pesantemente della “forza” oppressiva dello Stato, relegandole a mere succursali del potere centrale. Per la cronica si annoveri, ad esempio, la trasformazione del Comune di Roma in Governatorato (R.D.L. 1949/1925) e l'accentramento nella singola figura del Podestà della struttura ternaria Consiglio-Giunta-Sindaco (R.D.L. 1910/1926). L'emanazione di un Testo Unico, nel 1943, raccolse le principali modifiche della legislazione fascista, circa l'organizzazione degli enti locali, mantenendo la sua formale vigenza fino al 1990 con l'introduzione della Legge 142, con la quale si abrogarono i provvedimenti in esso contenuti.
La Costituzione repubblicana del 1948 valorizzò definitivamente le istanze pluralistiche ed autonomiste, che fino ad allora erano state soppresse, nei dettami dell'art. 5 in cui è sancito il principio del decentramento dei poteri, in subordine a quello di unità ed indivisibilità della Repubblica. Pertanto con esso 1) viene fissato un limite invalicabile, che è rappresentato dall'unità e dalla indivisibilità della Repubblica, pur riconoscendo e promuovendo il principio autonomista (secondo cui, valorizzando le autonomie locali si “rafforza” quella parte del potere pubblico che è più vicino ai cittadini), 2) si da ampia attuazione al decentramento amministrativo nella erogazione dei servizi e 3) si adegua la legislazione statale alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

Il concetto di autonomia è legato a due potestà:
1. la potestà di darsi un proprio assetto normativo;
2. la potestà di indirizzo politico-amministrativo.

Per autonomia amministrativa deve intendersi <<la capacità riconosciuta ad un ente di costituire il proprio ordinamento mediante l'emanazione di norme aventi la stessa natura e la stessa efficacia della normazione statale>>. Per i Comuni questa potestà normativa si estrinseca nella potestà statutaria e in quella regolamentare.
Per quanto riguarda l'autonomia politica la sua connotazione è da individuarsi come la libertà di autodeterminazione sul piano politico-amministrativo attraverso la scelta dei fini da perseguire, le modalità d'azione e la valutazione della convenienza ed opportunità degli atti da adottare.
Inoltre i Comuni sono investiti di un'altra titolarità, l'autarchia con la quale s'intende la capacità di alcuni enti pubblici di porre in essere un'attività amministrativa (finalizzata alla cura dei propri interessi) avente gli stessi caratteri e la stessa efficacia dell'attività amministrativa dello Stato. L'ente autarchico è, pertanto, quello che opera in regime di diritto amministrativo. Questa potestà deve necessariamente accompagnarsi alla capacità dell'ente di risolvere i conflitti, potenziali o attuali, insorti relativamente al momento dell'emanazione (legittimità-opportunità), dell'esecuzione e dell'efficacia degli atti (autotutela).
Infine, all'articolo 5 della Costituzione, la Repubblica accoglie il principio del decentramento intendendo con esso la formula di organizzazione dei poteri pubblici in virtù della quale un complesso di compiti e potere di spettanza degli organi centrali dello Stato viene trasferito nella sfera di competenza di organi periferici dello stesso apparato statale ovvero di altre soggettività giuridiche. In materia di decentramento si consideri principalmente quello amministrativo.
Resta comunque fermo, nonostante il riconoscimento e la promozione delle autonomie locali, il ruolo di assoluta preminenza dello Stato che, in ossequio al principio di unità ed indivisibilità, è l'Ente sovrano per eccellenza.

Il Trattato di Maastricht è una involuzione.

Il 1992 rappresenta un punto di svolta per il nostro paese. E' l'anno in cui si firma il Trattato
“E’ necessario mettere in evidenza innanzitutto che l’istituzione di una moneta unica nella Comunità Europea provocherebbe certamente la fine della sovranità degli Stati aderenti e del loro potere di intervenire autonomamente per affrontare le questioni più rilevanti. (…) Se una nazione cede o perde questo potere, acquisisce lo status di una autorità locale o di una colonia. Le autorità locali e le regioni ovviamente non possono svalutare. Non solo sono prive del potere di finanziare i loro deficit con la creazione di moneta ma anche gli altri metodi che potrebbero impiegare per finanziarsi sono soggetti alla regolamentazione centrale. Né esse possono modificare i tassi di interesse. Poiché le autorità locali non possono utilizzare nessuno degli strumenti di una politica macroeconomica, le loro scelte politiche sono limitate a questioni di minore rilevanza - un po’ più di istruzione qui, un po’ meno di infrastrutture là.” - Wynne Godley, Maastricht and All That, 1992

Dal testo unico alla riforma costituzionale.

Con il D.Lgs. 267/2000 (“Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali” - TUEL) si codicizza una decennale opera legislativa che vede nella Legge 142/90 una base normativa di partenza.
Agli enti locali sono attribuite funzioni che originariamente erano prerogativa dello Stato, le quali trovano una compiuta definizione nelle radicali modifiche costituzionali apportate al Titolo V, Parte II Cost., con la Legge 3/2001.
“La riforma assume un carattere essenziale in quanto giunge a conclusione di un lungo cammino verso il decentramento amministrativo e legislativo avviato con la Legge n. 59 del 1997 (Legge Bassanini), con il D.Lgs 469/1997 e il D.Lgs 112 del 1998. Il nuovo testo istituzionale, infatti, opera una nuova e diversa ripartizione delle competenze normative tra Stato, Regioni ed Enti Locali, in risposta ai principi di sussidiarietà e federalismo e del partenariato indicati a livello europeo nel Libro Bianco sulla Governance1. Tale documento, infatti, ha proposto un totale cambiamento nel modo di esercitare i poteri, promovendo un modello meno verticistico e centralizzato, in favore di una maggiore apertura a diversi soggetti nel processo di elaborazione delle politiche, così da garantire una partecipazione più ampia delle istituzioni e dei cittadini, alla definizione e presentazione di tali politiche.”2
Questa riforma è stata necessaria per dare piena attuazione e copertura costituzionale alla riforma denominata ‘Federalismo a Costituzione invariata’ (Legge 59/1997), a cui hanno fatto seguito una serie di altre leggi (le cc.dd. “leggi Bassasini”). All'origine di questa legge vi è la longa manus dell'Unione Europea, si tratta quindi di un intervento di natura sovranazionale, in virtù di dinamiche politiche atte a spingere verso un'armonizzazione ed unificazione amministrativa degli apparati dei diversi Paesi membri dell'UE.

Tale riforma, sostanzialmente, si caratterizzò per questi punti nevralgici, così sintetizzati:
⎫ E' stata fortemente ampliata la funzione legislativa attribuita alle Regioni;
⎫ Anche le funzioni amministrative, organizzative e finanziarie degli enti locali sono state ampliate con l'attribuzione, a questi enti, di maggiori poteri, autonomie e responsabilità;
⎫ Introduzione del c.d. “federalismo fiscale” (art. 119 Cost.: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa”). Gli enti locali possono dunque stabilire e applicare tributi propri e sono chiamati a compartecipare al gettito di tributi erariali riferibili al loro territorio. E' tuttavia previsto che sia introdotto un fondo perequativo, ossia finalizzato a riequilibrare le differenze tra regioni, per le zone più svantaggiate. Allo Stato è comunque attribuito il compito di rimuovere gli squilibri sociali ed economici, destinando risorse aggiuntive in favore di determinati enti locali;
⎫ I rapporti tra Stato e enti locali risultato ridistribuiti anche mediante un minore potere di controllo sulle Regioni da parte dello Stato e l'ampliamento dei poteri di intervento normativi delle regioni in alcuni settori fondamentali, come tutela ambientale e istruzione.
Con la Legge 131/2003 si attua un primo passo per conformare il sistema legislativo vigente alla riforma del Titolo V, Parte II Cost.
A questo punto, è importante capire in cosa consiste il c.d. “federalismo fiscale”, che trova la sua giuridica collocazione nell'art. 119 della Costituione.

Federalismo fiscale

C'è una 'questione' enorme che nel dibattito politico nazionale non emerge quasi mai e che, al pari dei problemi macroeconomici che affliggono il nostro paese (come l'alta disoccupazione, il crollo della produzione e così via), rappresenta un vero ostacolo alla crescita, prosperità e benessere dell'intero territorio nazionale. Mi riferisco alla 'questione' degli Enti Locali, in primis i Comuni, che sono di fatto, tra le amministrazioni pubbliche, quelle che hanno il diretto contatto con i cittadini e meglio possono conoscono e affrontare le loro istanze. Da un punto di vista giuridico però, attraverso leggi e riforme varie, sia sovranazionali sia interne, che hanno interessato gli Enti Locali, si è assistito ad una vera e propria neutralizzazione degli stessi che hanno impedito in particolare modo ai Comuni di esercitare a pieno le proprie funzioni politico-amministrative tali da poter soddisfare i fabbisogni delle comunità sottostanti.

Per renderci meglio conto dell’iter che ha portato all’attuale stato delle cose, passiamo in rassegna le più significative riforme:
⎫ 1992, Trattato di Maastricht (che, oltre ad aver dato vita all’unione monetaria europea, ha vincolato pesantemente il finanziamento monetario pubblico in disavanzo negli Stati membri);

⎫ 1997, Patto di Stabilità e Crescita (PSC), stipulato e sottoscritto dai paesi membri dell'Unione Europea, per "disciplinare" i bilanci pubblici, al fine di mantenere fermi i requisiti di adesione all'Unione economica e monetaria dell'Unione Europea (Eurozona) cioè rafforzare il percorso d'integrazione monetaria intrapreso nel 1992 con la sottoscrizione del trattato di Maastricht. Da esso discende il cd. Patto di Stabilità "Interno" cioè un sistema di regole che identificava i vincoli finanziari delle Regioni e degli enti locali, determinandone singolarmente gli obiettivi programmatici;

⎫ 1997 in poi, “Leggi Bassanini” - in particolare la prima, la legge nr. 59 del 1997 che ha natura sovranazionale in quanto originata da spinte europee all'armonizzazione ed unificazione amministrativa degli apparati dei diversi Paesi membri dell'Unione europea";

⎫ 2001, riforma costituzionale Legge nr. 3 del 2001, che ha modificato quasi integralmente il Titolo V, Parte II della Costituzione, introducendo il cd. "federalismo fiscale" (all'art. 119 Cost.);
⎫ 2009, Legge delega nr. 42 del 2009 che introdusse una 'tragica' novità (art. 11): il finanziamento delle spese relative alle funzioni fondamentali degli enti locali doveva essere assicurato 1) dai tributi propri 2) da compartecipazioni al gettito di tributi erariali e da addizionali a tali tributi 3) dal fondo perequativo. Conseguentemente fu prevista la soppressione dei trasferimenti statali diretti al finanziamento di tali spese (con esclusione dei fondi perequativi);

⎫ 2012, con la Legge costituzionale nr. 1 del 2012 è stato introdotto nella Costituzione, in coerenza con quanto disposto da accordi internazionali quali il c.d. “Fiscal Compact”, il principio dell'equilibrio strutturale delle entrate e delle spese del bilancio, il cd. "pareggio di bilancio" (modifica all'art. 81 Cost.);

⎫ 2012, la Legge n. 243 del 2012 (Disposizioni per l'attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell'articolo 81, sesto comma, della Costituzione);

⎫ 2016, Legge nr. 164 del 2016 (Modifiche alla legge 24 dicembre 2012, n. 243, in materia di equilibrio dei bilanci delle regioni e degli enti locali): articolo 9, nuovo comma 1, legge 243/2012 «I bilanci delle regioni, dei comuni, delle province, delle città metropolitane e delle province autonome di Trento e di Bolzano si considerano in equilibrio quando, sia nella fase di previsione che di rendiconto, conseguono un saldo non negativo, in termini di competenza, tra le entrate finali e le spese finali, come eventualmente modificato ai sensi dell'articolo 10».
Tutte queste norme hanno trasformato radicalmente gli Enti Locali, stravolgendo concetti basilari sia di economia sia di contabilità pubblica: in sostanza hanno di fatto trasformato i Comuni assimilandoli al pari di un’azienda privata o una famiglia che deve, per potere effettuare delle spese, prima introitare dei “guadagni” o fare ricorso a prestiti presso banche commerciali. Tutto questo da un punto di vista economico è semplicemente aberrante.

Il Comune essendo parte integrante delle amministrazioni pubbliche non è e non può essere assimilato ad un ente privato, con la drammatica logica conseguenza di dover “reperire” le risorse finanziare. I vincoli a cui i Comuni sono costretti non hanno alcuna natura tecnica, sono scellerate scelte politiche frutto di una particolare visione del funzionamento dei sistemi macroeconomici e monetari e, di conseguenza, della società. E’ una visone che risiede in teorie economiche neoclassiche (di fine ‘800) ultra confutate e risente di influenze più recenti di matrice neoliberista.
Ogni singola spesa che sia corrente o in conto capitale, dal garantire gli stipendi ai dipendenti alla realizzazione di opere pubbliche o alla garanzia dei servizi ai cittadini, deve essere centellinata poichè, erroneamente, il Comune opera in quanto costretto da legacci di natura giuridico-contabile, in regime di “scarsità delle risorse”: questo fatto, da un punto di vista economico è una vera e propria aberrazione, con conseguenze gravi dal punto di vista sociale!
Leggiamo dalla “Relazione per la Commissione Parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale - Le manovre di finanza pubblica a carico delle regioni e degli enti locali”, trasmessa dalla Ragioneria generale dello Stato alla Commissione Parlamentare per l'attuazione del federalismo fiscale a febbraio 2018:
<<L’obbligo di partecipazione delle regioni e degli enti locali alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica discende dalla competenza dello Stato in materia di coordinamento della finanza pubblica,  indicata dall’articolo 117 della Costituzione, come modificato dalla legge costituzionale n. 3/2001, ed  è più esplicitamente previsto dalla nuova formulazione dell’articolo 119 della Costituzione - operata dalla legge costituzionale n. 1/2012 - volta ad introdurre il principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale. Il novellato articolo 119, infatti, oltre a specificare che l'autonomia finanziaria degli enti territoriali (Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni) è assicurata nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, prevede che  gli enti concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea.

Variegate sono le forme di concorso alla finanza pubblica  e, in particolare:
a) il patto di stabilità interno, sostituito dal 2016 dal pareggio di bilancio di cui alla legge n. 243/2012;
b) il taglio dei trasferimenti dello Stato;
c) il versamento di risorse al bilancio dello Stato;
d) la revisione della spesa, con correlati risparmi/versamenti per il bilancio dello Stato;
e) l’assunzione di funzioni statali, con correlati risparmi per il bilancio dello Stato;
f) obblighi di contenimento di specifiche voci di spesa (riguardanti il personale, di rappresentanza, convegni, autovetture, formazione, ecc.).
Nel tempo, tali interventi sono stati spesso accompagnati dal blocco delle aliquote dei tributi propri di regioni ed enti locali, con l’obiettivo di evitare che le manovre a carico degli enti si traducessero, non già in riduzione della spesa corrente, bensì in aumento della pressione fiscale.>>
E’ chiaro adesso il quadro entro il quale si è sviluppata la subordinazione anche degli Enti Locali, Comuni in primis, ai dettami dei trattai sovranazionali e delle regole in essi richiamati. Sappiate che tutto questo è stato fatto per un unico motivo: la demonizzazione del debito pubblico come il “male” da combattere in luogo del mantra del “contenimento dei conti”.

Quest’ultimo ragionamento è frutto di una totale incomprensione macroeconomica dello stesso concetto di “debito pubblico” che, per una maggiore comprensione, invito ad approfondire ai seguenti articoli:

¬ Lo Stato spende prima, poi incassa (S. Cesaratto);
¬ Comprendere la moneta moderna (L.R. Wray);
¬ I quindici errori fatali del fondamentalismo finanziario (W. Vickrey);
¬ Esercitare la sovranità monetaria sotto vincoli auto-imposti (P. Cooper);
¬ Moneta e debito: un rapporto sociale (A. Scorrano);
¬ Non sono le tasse a finanziare la spesa pubblica, ma è la spesa pubblica che dà ai cittadini il denaro per pagare le tasse (link al video) (A. Terzi).

A questo punto viene da chiedersi da dove nasce tutta questa incomprensione?

Uno sguardo ai saldi settoriali

Ricordo o chiarisco per chi fosse a "digiuno" di concetti macro-contabili che il Comune, in aggregato, è parte integrante dell'amministrazione pubblica e anche ad esso vanno applicati i principi della contabilità nazionale.

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A tal proposito un concetto cardine, fondamentale, è questo:
il Comune essendo parte integrante delle amministrazioni pubbliche, contabilmente NON È DA CONSIDERARSI COME UN'AZIENDA O UNA FAMIGLIA.

Una famiglia e un'azienda prima di effettuare una spesa devono “reperire” i soldi mentre un’ente dell'amm.ne pubblica non ha bisogno di farlo poichè, in un sistema economico in cui la gestione del denaro è di competenza dello Stato e senza vincoli autoimposti, non può mai esserci un problema circa il finanziamento della spesa, potendo contare su una sua Banca Centrale che, su ordine del Tesoro-Ministero dell'economia e delle Finanze, accredita i conti correnti delle tesorerie periferiche o locali: il canale di trasmissione finanziario è Stato-Regioni-Comuni.
Secondo i principi di contabilità e avendo a mente la sempre valida equazione dei saldi settoriali di W. Godley, anche il Comume DEVE OPERARE IN DEFICIT DI BILANCIO, le cui “coperture” sono (dovrebbero essere) garantite dai trasferimenti statali.

(Schema dei saldi settoriali)

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Spiegazione dello schema.

<<Mentre viene solitamente trascurato nei libri di economia, c’è un’identità che sta al cuore della contabilità nazionale; i deficit (surplus) governativi eguagliano i surplus (deficit) non governativi. Dato che la domanda effettiva è sempre uguale al reddito nazionale reale, ex post (significa che tutte le uscite dal flusso del reddito nazionale sono corrisposte da equivalenti iniezioni), la conseguente identità contabile dei flussi settoriali equivarrà a: (G-T) = (S-I) – NX in cui il lato sinistro rappresenta il bilancio pubblico come differenza tra la spesa da parte del governo G e la sua tassazione T. Il lato destro mostra il bilancio non governativo, che è dato dalla somma del bilancio privato e di quello estero, dove S è il risparmio, I sono gli investimenti e NX sono le esportazioni nette. Considerando il settore privato nel suo insieme – incluso il settore estero – il risparmio privato totale deve eguagliare gli investimenti privati più il deficit di bilancio del governo. In aggregato, quindi, non possono esserci risparmi al netto di beni finanziari da parte del settore non governativo senza l’accumulo di una spesa a deficit da parte del governo.
In un’economia chiusa, in cui  NX = 0, i deficit del governo si trasferiscono dollaro per dollaro (euro per euro, ndt) nei surplus del (risparmio) privato interno. In un’economia aperta, dividendo il settore non governativo in settore interno e settore estero, i risparmi privati sono uguali all’investimento privato, al deficit di bilancio del governo, e alle esportazione nette – dove le esportazioni nette rappresentano i risparmi finanziari al netto dei non residenti.
Resta vero, comunque, che la sola entità che può trasferire beni finanziari al netto (risparmi al netto) nel settore non governativo, accogliendo così il desiderio di risparmiare (beni finanziari) e eliminando contemporaneamente anche la disoccupazione, è il monopolista della valuta – il governo che può farlo spendendo al netto (G > T). Inoltre, contrariamente alla retorica dominante, ma in piena conformità alla contabilità nazionale, il sistematico perseguimento di surplus di bilancio da parte del governo (G < T) si manifesterà dollaro per dollaro (euro per euro, ndt), ironia della sorte, nella diminuzione dei risparmi non governativi. Quindi, se lo scopo fosse quello di incrementare i risparmi nel settore privato interno, quando le esportazioni nette sono in deficit, le tasse in aggregato dovrebbero essere inferiori al totale della spesa governativa. Ossia, sarebbe necessario un deficit di bilancio (G > T).>>
(Fonte: prof. W.F. Mitchell - “La spesa a deficit 101” - bilbo.economicoutlook.net/blog. Economista post-keynesiano, professore di economia presso l'Università di Newcastle - Australia, tra i massimi esponenti della Teoria Monetaria Moderna - MMT).

Questo significa che la differenza tra uscite ed entrate (le uscite dovrebbero sempre essere maggiori delle entrate per permettere al settore privato, famiglie e imprese, di risparmiare abbastanza e quindi anche di pagare le tasse - nel caso inverso si drenerebbero risorse finanziarie dal settore privato, impoverendolo), cioè il saldo a deficit, DEVE ESSERE coperto dai trasferimenti finanziari Statali: il conto di tesoreria del Comune è accreditato, seguendo il canale visto prima (trasferimenti verticali) direttamente dalla Regione che a sua volta ha un canale diretto con l'amministrazione centrale statale.
Oggi tutto questo non accade per via di “vincoli” auto imposti e che gli Stati hanno supinamente recepito ratificando i Trattati sovranazionali europei, tra cui quello di Maastricht con il quale si è istituita la moneta unica europea (l'Euro) e il Fiscal Compact (che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione). 
L'Euro, ricordiamolo, è una moneta senza Stato, un unicum nel suo genere, e con una BCE che per norma (art. 123 T.F.U.E.) non può finanziare direttamente gli Stati membri. Ecco il testo:

<<Articolo 123 (ex articolo 101 del TCE)
1. Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate "banche centrali nazionali"), a istituzioni, organi od organismi dell'Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l'acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali.>>
Per avvalorare quanto sto scrivendo, riporto diversi link a supporto delle tesi su esposte e che invito caldamente a leggere:
- I sei premi nobel contro l'euro / Paul Krugman: «Italia ridotta a Paese da Terzo Mondo»
http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/notizie/2013-12-17/i-sei-premi-nobel-contro-euro-paul-krugman-italia-ridotta-paese-terzo-mondo-123937.shtml?uuid=ABsusak
- Il fallimento dell'Euro, spiegato dal premio Nobel Stiglitz https://www.google.it/amp/s/www.ilfoglio.it/economia/2016/08/01/news/il-fallimento-dell-euro-spiegato-dal-premio-nobel-stiglitz-99081/amp/
- Wynne Godley: “Su Maastricht e tutto il resto”
http://vocidallestero.it/2015/03/15/wynne-godley-su-maastricht-e-tutto-il-resto-2/

Cosa si potrebbe fare?

Mi rendo conto che per molti questo scritto sembrerà un’eresia economica e contabile ma così stanno le cose e i vincoli contabili di bilancio comunale sono una forzatura derivanti dall’adesione al Trattato di Maastricht che, de facto, impedisce agli amministratori locali anche di garantire i servizi collettivi essenziali ed inoltre impedisce al territorio di progredire, facendo ricadere sui cittadini (attraverso una forte pressione fiscale) quest’onere che spetterebbe in via esclusiva all'amministrazione pubblica denominata Comune per via anche dei trasferimenti statali ora praticamente azzerati.
Affinchè, dunque, poter riattivare la capacità fiscale necessaria per condurre una concreta azione di governo locale a favore del territorio e della collettività andranno prese da parte del Governo delle misure storiche e coraggiose, abrogando e/o modificate pesantemente le seguenti norme onde rimuovere ogni vincolo di spesa (quindi il termine "equilibrio" va letteralmente bandito) e di riferimenti ai vincoli capestro dell'Unione Europea o da obblighi internazionali:
- Articolo 81 Costituziine (rimozione della nozione del pareggio di bilancio al fine di promuovere la piena e buona occupazione);
- Articolo 117 Costituzione dove la potestà legislativa è esercitata dallo Stato [70 e segg.] e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, "nonchè dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali".
- Articolo 119 Costituzione,  dove prevede che i Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni abbiano autonomia finanziaria di entrata e di spesa, "nel rispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci", e concorrono ad assicurare l'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea.
- la Legge n. 1/2012 (che introduce nell'ordinamento un principio di carattere generale, secondo il quale tutte le amministrazioni pubbliche devono assicurare l'equilibrio tra entrate e spese del bilancio e la sostenibilità del debito, cd. pareggio di bilancio); 
- la Legge 243/2012 (Disposizioni per l'attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell'articolo 81, sesto comma, della Costituzione), con la quale sono stati disciplinati i principi e le regole di bilancio riferite a tutte le pubbliche amministrazioni. In essa, inoltre, sono definiti l'equilibrio di bilancio, le regole in merito all'evoluzione della spesa, le regole in materia di sostenibilità del debito pubblico, le deroghe al principio dell'equilibrio, i meccanismi correttivi in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi.
- La legge 28 dicembre 2015 n. 208 (legge di stabilità 2016), che all'articolo 1, comma 707, commi da 709 a 713, comma 716 e commi da 719 a 734, ha previsto nuove regole di finanza pubblica per gli enti territoriali che sostituiscono la disciplina del "patto di stabilità interno" degli enti locali e i previgenti vincoli delle regioni a statuto ordinario. Tali disposizioni rappresentano i princìpi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica, ai sensi degli articoli 117, terzo comma e 119, secondo comma, della Costituzione. In pratica si passa dal "fiscal compact" al principio del "pareggio di bilancio";
- Legge 164/2016 in vigore dal 13 settembre 2016, con la quale sono state introdotte modifiche di rilievo agli articoli 9, 10, 11, 12 e 18 della legge 243/2012. In particolare nel comma 1 dell'articolo 9 in cui si prevede che «I bilanci delle regioni, dei comuni, delle province, delle città metropolitane e delle province autonome di Trento e di Bolzano si considerano in equilibrio quando, sia nella fase di previsione che di rendiconto, conseguono un saldo non negativo, in termini di competenza, tra le entrate finali e le spese finali, come eventualmente modificato ai sensi dell'articolo 10».

Va da sé che questi atti prodotti dal Governo comportano una messa in discussione dell’intera architettura dell’Unione Europea, il suo impianto giuridico in primis. D’altronde, visti i tempi, non sembrano esserci alternative. Il Governo deve chiedere con fermezza la riforma sia delle regole sia dei trattati, compreso anche lo statuto della Banca Centrale Europea (che non può agire come prestatrice di ultima istanza), altrimenti si rischia una perenne condizione di austerità senza alcuna via di salvezza e, nella cui condizione, proprio i Comuni continueranno ad essere la parte più colpita.

 

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